Nemico no, avversario. Per me è diverso

Oggi come allora, c’è chi fa campagna cercando nemici da abbattere invece di avversari con cui confrontarsi.

C’è un modo di fare politica che non comincia da un’idea. Comincia da un bersaglio.

Non parte da una proposta per la città, da una visione di come dovrebbe essere una strada, una scuola, una piazza. Parte da qualcuno da colpire, da abbattere. Scelto il nemico lo si addita, lo si “aggredisce” e, da quell’aggressione, si ricava la propria unica ragione di esistere, politicamente si intende. È una tecnica antica ed è anche la più comoda. Perché costruire una proposta richiede competenza, fatica, tempo e il rischio di sbagliare. Attaccare il nemico, invece, non costa nulla. Soprattutto per chi ha tanto tempo libero e tanti irrisolti in sospeso.

Questa riflessione, evidentemente condizionata dal clima politico che si vive in città in questa pessima e a tratti ridicola campagna elettorale anticipata e permanente, si è rafforzata e ancorata nel passato, mentre mettevo in ordine alcuni documenti e alcune missive di Giovanni Amendola in cui si parla anche di Nocera Inferiore, di Giuseppe Vicedomini, di Carlo Cassola, di Orlando, Ventra, Guerritore, Costabile, Astuti, etc

Il 23 giugno 1923, Benito Mussolini arrivava alla stazione di Salerno. Non era una tappa qualunque. Salerno era il collegio elettorale di Giovanni Amendola, uno degli esponenti più autorevoli del liberalismo italiano e tra gli oppositori più determinati del regime che stava nascendo.

Amendola rappresentava, invece, tutto ciò che Mussolini temeva: cultura, autonomia di pensiero, rigore morale, fedeltà alle istituzioni democratiche. Non sorprese che il capo del fascismo avesse scelto proprio quella occasione per lanciare un messaggio tutt’altro che velato.

Davanti alla folla radunata in stazione, Mussolini parlò della necessità di liberare la provincia dall’influenza delle vecchie classi dirigenti e affidò ai giovani fascisti il compito di «fare giustizia del triste passato». Poi concluse con una frase che suonò come un avvertimento: «Guai a chi osi contrastarne il cammino». Il destinatario era chiaro a tutti.

Poco prima dell’arrivo del treno, Mussolini aveva persino chiesto al prefetto di impedire ad Amendola di accoglierlo ufficialmente, come voleva la tradizione parlamentare. La tensione sfociò in scontri tra i sostenitori del deputato salernitano e i militanti fascisti. Volarono insulti, accuse, minacce.

Amendola pretese chiarimenti. Pochi giorni dopo ricevette una lettera firmata da Mussolini. Il Presidente del Consiglio respinse alcune espressioni che gli erano state attribuite, ma una la confermò. La parola è «nemico». Scrisse: «Onorevole, nemico sì, almeno sino a prova contraria. Intelligente, anche. Canaglia, no».

È una parola che Amendola non lasciò passare. Prese carta e penna e rispose con poche righe destinate a entrare nella storia civile del nostro Paese: «La ringrazio del chiarimento. Esso però mi costringe a una rettifica: nemico no, avversario. Per me è diverso».

Per me è diverso. In quelle quattro parole c’è tutta la distanza tra la cultura democratica e la cultura autoritaria.

Per la democrazia esistono gli avversari. Persone con idee diverse, da contrastare politicamente, ma di cui si riconosce la dignità. Si combattono le loro tesi, non la loro esistenza. Per il fascismo, invece, esistono i nemici. Individui da isolare, intimidire, eliminare.

Non è una sfumatura di vocabolario. È la linea che separa due modi opposti di stare al mondo.

Gli eventi successivi dimostrarono tragicamente quale delle due visioni avrebbe prevalso.

Il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti viene rapito e assassinato da una squadra fascista, dopo aver denunciato in Parlamento le violenze e i brogli del regime.

Amendola, nel frattempo, era già stato aggredito una prima volta in pieno centro a Roma, nel dicembre del 1923. Diventa il capo della secessione dell’Aventino, la testa dell’opposizione che lascia il Parlamento per protesta. E proprio per questo paga il conto più alto.

Il 20 luglio 1925, in località La Colonna, nei pressi di Pieve a Nievole in provincia di Pistoia, la sua automobile viene fermata da una squadraccia fascista. Il deputato viene picchiato selvaggiamente a colpi di manganello. Da quell’aggressione non si riprenderà più. Morirà in esilio a Cannes il 7 aprile 1926.

Nello stesso anno, lontano dall’Italia, muore anche Piero Gobetti, intellettuale antifascista e amico di Amendola, consumato dalle violenze subite.

C’è un dettaglio che chiude il cerchio. Persino Mussolini, alla fine, arrivò a riconoscere in Amendola il più nobile dei suoi nemici, oltre che il più minaccioso. Il regime gli concesse la statura. Ma continuò a chiamarlo nemico. Perché «nemico» era la sua parola, l’unica che sapeva pronunciare. «Avversario» era la parola di Amendola ed è la parola della democrazia.

Questa storia conserva intatta la sua attualità. Non per ragioni di memoria, ma di metodo.

Perché la cultura del nemico non è morta con il fascismo. Sopravvive, in forme più piccole e quotidiane, ogni volta che qualcuno costruisce la propria visibilità sull’aggressione invece che sulla proposta. Ogni volta che si entra in una competizione politica non dicendo cosa si vuole fare, ma indicando chi si vuole colpire. Ogni volta che l’attacco diventa un appuntamento fisso, ossessivo, giornaliero, perché senza quell’attacco non resterebbe nulla da dire.

È la scorciatoia di chi parte da posizioni di irrilevanza e sa che, nel merito, avrebbe poco da offrire. Demolire è più facile che costruire. Gridare al nemico riempie un vuoto di idee. E lo riempie ogni giorno, perché è un vuoto che ogni giorno torna a farsi sentire.

La democrazia funziona all’opposto. Vive quando riconosce avversari, cioè quando accetta che chi la pensa diversamente abbia comunque diritto di cittadinanza nel dibattito. Comincia a morire quando trasforma chi dissente in un nemico da eliminare dalla scena.

Giovanni Amendola lo aveva capito prima di molti altri. E per quella semplice, enorme differenza pagò con la vita.

A noi, oggi, non è chiesto nessun eroismo. È chiesto molto meno e molto di più: scegliere ogni giorno da che parte stare. Se da quella di chi cerca nemici o da quella di chi accetta avversari e prova, con fatica, a costruire qualcosa.

Per alcuni di noi è diverso. E, credo, si veda.

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