Le urne vengono dopo, sempre

Si continua a raccontare la corsa di Zohran Mamdani a New York come un capolavoro di comunicazione, come se bastasse il messaggio giusto a spostare un voto. È la spiegazione più comoda, e proprio per questo la più sbagliata. Dietro ogni campagna che incide c’è sempre una visione del mondo che ha già vinto altrove, prima e fuori dalle urne. Per capirlo serve più Gramsci che un manuale di marketing.

Partiamo dal meccanismo, non dal risultato. Il consenso non si conquista soltanto nelle istituzioni. Si conquista quando una forza politica riesce a stabilire quali idee sembrino naturali, giuste, ovvie. Gramsci la chiamava egemonia culturale e novant’anni dopo resta lo strumento più affilato per leggere quello che accade dentro il Partito Democratico americano.

Le vittorie dei candidati vicini a Mamdani nelle primarie di New York non sono il prodotto di uno spot ben confezionato. Sono il segnale che dentro una parte importante di quel partito si sta formando un nuovo senso comune.

La sua forza non sta in uno slogan. Sta nel saldare una visione precisa ai problemi concreti di chi tira a fine mese.

Mamdani non nasconde di essere socialista. Lo dice. Ma non si ferma all’etichetta. Traduce quei principi in risposte immediate al costo degli affitti, al prezzo delle case, alle spese per i trasporti, al caro vita. La parola attorno a cui costruisce tutto è affordability, la possibilità reale di permettersi una vita dignitosa. Dentro quella parola semplice c’è una domanda enorme: chi lavora in una città può ancora viverci?

Poi c’è il secondo ingrediente, quello che la sinistra dimentica più spesso. La chiarezza.

Su Gaza, sul ruolo militare americano, sulle spese per la difesa, Mamdani prende posizioni nette. Le si può condividere o detestare, ma ambigue non sono. In una stagione in cui quasi tutti cambiano lingua a ogni sondaggio per acchiappare un pezzo di elettorato, lui fa il contrario. Delimita un campo e lo rappresenta senza tremare. L’egemonia non nasce dall’equilibrismo. Nasce quando qualcuno organizza interessi, valori e identità attorno a una figura riconoscibile di società.

C’è un dettaglio che vale più di mille analisi. Quando i Knicks sono tornati a vincere dopo anni di delusioni, Mamdani non si è limitato a esultare con i tifosi. Ha trasformato quella rinascita sportiva nella metafora di una città che ricomincia a credere in sé stessa. Cultura popolare, emozione condivisa e progetto politico nello stesso gesto. Esattamente la battaglia che Gramsci riteneva decisiva.

E qui la questione smette di essere americana.

Per anni il campo progressista, di là e di qua dall’Oceano, ha cercato il candidato perfetto, la coalizione più larga, la formula elettorale vincente. Mamdani ribalta l’ordine dei fattori. Prima la visione del mondo, poi la maggioranza. Le primarie non sono l’inizio del percorso. Sono solo il primo segnale visibile che qualcosa era già cambiato.

Vale anche per noi, per una sinistra italiana che da troppi anni rincorre formule e alleanze senza prima ricostruire una propria idea di società. Quando una forza politica riesce a imporre nel dibattito i propri temi, il proprio linguaggio, persino i propri simboli, la partita vera è già stata vinta. Le maggioranze in Parlamento arrivano dopo. Sempre dopo che si è formata una maggioranza culturale.

Il resto è conta dei voti.

Tags :

Facebook
Twitter
LinkedIn
Pinterest
Telegram

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ultimi articoli

Altri articoli

Politica

Criticare stanca

Non tutte le critiche sono uguali: quella che nasce da un’analisi porta sempre una proposta,

Politica

Egocentrodestra

Una coalizione senza candidato, un civismo rinnegato ma riesumato, e un segreto di Pulcinella che

Politica

A libertà, a libertà …

Si grida alla mancanza di libertà di espressione usando il megafono più potente mai esistito.