Criticare stanca

Non tutte le critiche sono uguali: quella che nasce da un’analisi porta sempre una proposta, quella che nasce dal rancore non lascia altro che un nome da colpire.

Criticare costa fatica. Bisogna innanzitutto sapere di cosa si parla (non è sempre scontato), studiare, argomentare la critica stessa e proporne un’alternativa credibile o almeno plausibile.

Screditare una persona o un groppo di personale, no. Basta un’antipatia consolidata, un rancore stratificato, una nuova convenienza a cui aggiungere un “si dice che”, un “sembra” e il gioco è fatto.
Ecco perché, quando manca la capacità di studiare le carte e il coraggio di argomentare una proposta comprensibile, si sceglie quasi sempre la strada più corta.

Norberto Bobbio distingueva il potere che si esercita alla luce del sole, quello che risponde delle proprie scelte e delle proprie azioni, dal potere che agisce nell’ombra. La critica politica, anche la più dura, appartiene al primo. Nasce da un fatto verificabile e finisce (o dovrebbe finire) con una proposta. Si può contestare una delibera (verificando prima di chi sono le competenze) e avanzare una proposta migliorativa, di modifica. Si può giudicare severamente una scelta urbanistica spiegando cosa si sarebbe fatto al posto di chi ha deciso a patto di non aver fatto lo stesso o peggio quando si era a quel posto. Questo è il confronto, anche aspro. Ed è il sale della politica.

La critica onesta produce sempre qualcosa. Arriva a un punto e da lì ripropone, corregge, indica una strada diversa. Anche quando demolisce, costruisce. È il motivo per cui una critica dura, se argomentata, rafforza chi la fa. Dimostra che ha in testa un’alternativa, non solo un’obiezione. Dimostra che ha una visione di città, non un’esigenza di visibilità.

L’insinuazione, invece, è altra cosa. Appartiene al secondo potere, quello invisibile. Non parte da un fatto, parte da un sospetto o, il più delle volte, da un pregiudizio, da un rancore. Non arriva a una proposta, si esaurisce nell’accusa. Non ha bisogno di prove, le basta il dubbio seminato ad arte. Leonardo Sciascia ha raccontato meglio di chiunque altro questa cultura del “sospetto”, capace di sostituire il fatto con l’illazione fino a provare a renderla verità condivisa. Ed è esattamente ciò che accade quando smettiamo di guardare le scelte per guardare soltanto le persone, i rapporti, chi sta con chi.

Qui sta la differenza più profonda. Chi insinua non ha nulla da proporre, perché il rancore non genera proposte: si nutre soltanto di sé stesso. Non offre un’alternativa alla città, offre soltanto un nome a cui attribuire la colpa. La critica politica guarda avanti anche quando è severa. Il rancore personale guarda solo all’indietro, verso il torto (vero o presunto) da cui è nato.

La differenza si vede in un dettaglio piccolo ma decisivo. Chi fa critica politica accetterebbe di essere smentito con i fatti, tenendo già in mano una proposta alternativa.

Chi insinua, no. Perché l’insinuazione non teme i fatti, li ignora, vive di ciò che non si può verificare e non lascia dietro di sé nulla che assomigli a un’idea.

A Nocera abbiamo bisogno di più critica, non di meno. Serve chi contesta, chi dissente, chi porta un’alternativa scomoda. Quello che non serve e che logora la credibilità di tutti, è la chiacchiera, l’inciucio che si traveste da opinione politica per colpire una persona invece di discutere una scelta.

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