Perché in vent’anni la destra nocerina non ha prodotto una classe dirigente radicata e autenticamente di destra? I numeri raccontano un’assenza, non una sconfitta.
C’è una domanda a cui la destra nocerina non risponde mai, o almeno non pubblicamente. Eppure, è la più ovvia: perché, in oltre vent’anni, non è riuscita a produrre una classe dirigente riconoscibile, radicata, fedele alla propria tradizione politica?
Non è una domanda retorica. È una domanda seria, che resta lì senza alcuna risposta. Ma i fatti dicono più della retorica e della nuova tendenza revisionista tanto in voga sui social.
Partiamo, quindi, dai fatti e dai numeri, facendo un piccolo salto indietro.
Settembre 2022: alle elezioni politiche Fratelli d’Italia supera il 20% in Campania, in Provincia di Salerno e in città. È il primo partito del centrodestra, ha il vento in poppa, esprime la presidente del Consiglio. A Nocera Inferiore, qualche mese prima, lo stesso partito non riesce a esprimere un candidato sindaco ortodosso, ricorrendo (come cinque anni prima) a un papa straniero, nascondendosi dietro un finto civismo e raccogliendo il 4,74%. Sedici punti di differenza tra il voto nazionale e il voto locale, nella stessa città, nello stesso anno.
Quei sedici punti non raccontano una sconfitta. Raccontano un’assenza.
Quattro anni dopo, ieri, le ultime elezioni amministrative in Campania hanno consegnato un quadro che non lascia spazio a interpretazioni. A Portici FdI prende l’1,23%, a San Giorgio a Cremano l’1,48%, a Ercolano il 2,28%, ad Afragola il 3,88%, a Frattamaggiore il 4,64%, a Mugnano il 4,98%, a Salerno, con un candidato sindaco di FdI, il 5,91%. Possono esultare solo per Cava dei Tirreni, il 14,49%. Un risultato rilevante in un contesto a dir poco disastroso.
Nel frattempo, il partito esprime ancora la presidente del Consiglio, viceministri e sottosegretari. Ha lo stesso coordinatore regionale da anni. Ha commissari provinciali in ogni provincia. Ha struttura, risorse, visibilità nazionale. E sul territorio campano continua a raccogliere percentuali da lista civica di quartiere.
Il problema, dunque, non è congiunturale. Non dipende dall’aria che tira in un dato momento, non dipende da una campagna sbagliata o da un candidato inadeguato. È strutturale. È la fotografia di un partito che esiste come apparato romano e non esiste come comunità. Che vive di voti prestati al momento del voto nazionale e non riesce a trasformarli in consenso locale quando si tratta di amministrare una città, con problemi concreti e persone in carne e ossa.
A Nocera questo meccanismo ha una storia lunga. La destra nocerina ha avuto vent’anni per costruire radicamento, per formare una classe dirigente riconoscibile, per sviluppare un rapporto autentico con le associazioni, con il mondo produttivo, con le periferie, con le nuove generazioni. C’è da dire che una classe dirigente e figure di un certo livello, in provincia ed in città, pure c’erano, ma sono state “espulse”, contrastate, avversate e sostituite con terze linee fedeli ma palesemente incapaci.
Vent’anni di opposizione, di spazio, di tempo per elaborare e per crescere non hanno prodotto una figura capace di candidarsi con il proprio nome e la propria storia, senza bisogno di contenitori civici o soccorsi esterni. Non ha costruito un pensiero sulla città. Non ha messo radici.
Ha aspettato che il vento nazionale soffiasse nella direzione giusta. Ma il vento soffia, poi cambia. E quando cambia, rimane quello che hai costruito. Se non hai costruito niente, rimane il vuoto.
Il 2027 si avvicina. E la soluzione che si profila è, di nuovo, la stessa: cercare all’esterno quello che non si è saputo produrre all’interno. Appoggiarsi a qualcun altro a cui esternalizzare linea e comunicazione politica, che abbia il radicamento che non si è mai avuto, la riconoscibilità che non si è riusciti a costruire, il rapporto con la città che vent’anni di presenza non sono bastati a creare.
È una scelta comprensibile, dal punto di vista tattico. Ma è anche una confessione. Dice, senza dirlo, che il problema esiste, che è noto a tutti e che, invece di affrontarlo, si preferisce aggirarlo. Di nuovo.
Una classe dirigente si misura dalla capacità di rinnovarsi, di formare, di passare il testimone a qualcuno che non sia un papa straniero, un apostata o uno che passa di lì solo per prendere un treno per Roma.
Non è un giudizio. È una constatazione.



