Il post-postfascismo e la normalizzazione della destra radicale. Una riflessione necessaria

Fratelli d’Italia non è il MSI, ma ne porta ancora i segni. E la fiamma, più che spegnersi, si è adattata ai tempi.

Ho letto con grande interesse il saggio “Post-‘Post-Fascism’ and Far Right Mainstreaming in Italy” di Marta Lorimer e Matteo Cavallaro, pubblicato su Political Studies1. È un lavoro rigoroso e prezioso, che aiuta a comprendere meglio non solo la traiettoria della destra italiana — dal Movimento Sociale Italiano ad Alleanza Nazionale fino ai Fratelli d’Italia — ma anche alcune dinamiche più profonde, nazionali e locali, che attraversano la nostra società e il nostro modo di pensare la politica.

Non è un testo militante, ma un’analisi lucida di come un partito con radici nell’estrema destra sia riuscito, in meno di un decennio, a diventare la principale forza di governo del Paese. E soprattutto, di come questo percorso non sia solo frutto della moderazione di Fratelli d’Italia, ma anche del progressivo spostamento del confine di ciò che consideriamo “accettabile” nel discorso pubblico.

Dal neofascismo al mainstream

Lorimer e Cavallaro tracciano una linea di continuità e discontinuità che parte dal dopoguerra. Il MSI, fondato nel 1946 da reduci e nostalgici del regime, nasce come partito anti-sistema, ostile alla Repubblica e alla democrazia liberale. Negli anni ’90, Alleanza Nazionale prova a “sdoganarsi”, accettando formalmente la Costituzione e condannando il fascismo, ma senza rinunciare del tutto al proprio patrimonio simbolico.

Infine, arriva Fratelli d’Italia, che non rievoca il fascismo, ma ne preserva tracce simboliche e biografiche: la fiamma tricolore nel logo, molti dirigenti provenienti da AN e MSI, una retorica patriottica e identitaria che rilegge il passato più come eredità che come colpa.

Il punto centrale è che FdI non ha bisogno di essere nostalgico per essere erede: gli basta mantenere vivo un immaginario, una grammatica politica, una visione del mondo. È la dimostrazione che il fascismo non “torna” con le stesse forme, ma si adatta alle regole della democrazia contemporanea, diventando culturalmente più accettabile.

Moderazione o normalizzazione?

Il saggio distingue due processi spesso confusi:

  • la moderazione, quando un partito radicale si ammorbidisce per integrarsi;
  • la normalizzazione, quando invece è il sistema politico a spostarsi, accettando idee e simboli prima considerati estremi.

Nel caso di Fratelli d’Italia, la moderazione è parziale: la retorica si fa più istituzionale, i toni più sobri, ma il nucleo identitario resta. E parallelamente, l’Italia si abitua a una nuova grammatica politica, in cui parole come “patria”, “sovranità”, “Dio, patria, famiglia” non fanno più paura.

È questo il processo di normalizzazione che dovremmo osservare con attenzione: non il ritorno del fascismo, ma la sua trasformazione in senso comune, in linguaggio quotidiano, in memoria ripulita.

Il ruolo dei simboli e delle persone

FdI, scrivono Lorimer e Cavallaro, ha lasciato alle spalle l’ideologia dello Stato corporativo e dell’ordine autoritario. Ma ha mantenuto una continuità organizzativa e simbolica impressionante.

Oltre la metà dei parlamentari e dirigenti nazionali proviene dalle esperienze del MSI e di AN. La fiamma tricolore sopravvive in ogni logo, nei gruppi giovanili e persino nelle sigle universitarie. E soprattutto, Meloni stessa rivendica quella storia — non come nostalgia, ma come “tradizione”. Nella sua autobiografia parla di “una nuova casa per un’antica tradizione”. Una frase che dice molto: il passato non si rinnega, si “addomestica”, lo si rende compatibile con la modernità.

È un processo di sanificazione simbolica del fascismo: non più rifiutato, ma reinterpretato, trasformato in radice culturale della destra italiana.

Una riflessione che riguarda anche noi

Questo tema non riguarda solo Roma o i palazzi del potere. Riguarda anche le culture politiche locali, le forme della memoria e dell’identità che attraversano città, territori, comunità.

Nelle nostre realtà, spesso la destra “nazionale” si intreccia con memorie familiari, simboli, appartenenze sedimentate. Parlare di post-fascismo oggi significa interrogarsi su come quei segni — nomi di strade, monumenti, linguaggi, nostalgie — continuino a vivere in forme più o meno esplicite nella politica di ogni giorno.

E non si tratta solo di giudicare o condannare: si tratta di capire. Capire come un passato irrisolto possa ancora esercitare una forza identitaria; come la democrazia, anche inconsapevolmente, possa incorporare frammenti di quella cultura autoritaria che pensavamo superata.

Il fascismo non ritorna: si adatta

Il lavoro di Lorimer e Cavallaro ci ricorda che non serve sventolare bandiere nere per rendere vivo il fascismo. Basta accettarne i riflessi, lasciarli scivolare nel linguaggio politico e nella cultura popolare.

Fratelli d’Italia non è il MSI, ma porta dentro di sé una memoria selettiva del fascismo, trasformata in identità nazionale e senso comune. La fiamma nel simbolo — scrivono i due autori — non si spegne, si adatta.

Ed è proprio su questo che dovremmo riflettere: su come la storia, quando non viene davvero elaborata, può tornare non come ideologia, ma come abitudine. E su come la politica, anche quella locale, debba avere il coraggio di tenere accesa la luce critica, per distinguere la memoria dal mito, la tradizione dalla rimozione.

  1. Lorimer, M., & Cavallaro, M. (2025). Post-post-fascismo e mainstreaming dell’estrema destra in Italia: valutazione della continuità tra il Movimento Sociale Italiano, Alleanza Nazionale e Fratelli d’Italia.
    Studi Politici ,
    0 (0).
    https://doi.org/10.1177/00323217251346639 ↩︎

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