Una manovra contro il Paese reale

Tra propaganda patriottica, promesse tradite e colpi bassi notturni, la legge di bilancio del governo Meloni racconta una verità semplice: a pagare saranno sempre gli stessi

Non chiamiamolo più “caos”. Il caos è casuale. Qui c’è metodo. La legge di bilancio non è solo confusa: è politicamente irresponsabile. È il risultato di una destra che urla forte, promette tutto, e poi governa male. Malissimo. La manovra è diventata il solito mercato delle illusioni, dove si vendono slogan e si nascondono le fregature sotto il banco.

Questa legge di bilancio non ha una direzione. Non prova neanche a cambiare le cose. Galleggia. Prende tempo. Rinvia. E nel frattempo colpisce dove fa meno rumore: giovani, lavoratori, futuri pensionati, sanità pubblica. Altro che “Patria”. Qui siamo davanti a una politica che si salva la faccia e scarica il conto sugli altri.

I numeri parlano chiaro. Diciotto miliardi scarsi. Spiccioli distribuiti male. Gli sconti Irpef premiano chi già sta meglio, mentre a chi lavora con salari bassi restano pochi euro. La sanità resta sottofinanziata, con liste d’attesa indegne e milioni di persone costrette a rinunciare alle cure. E come ciliegina sulla torta, l’ennesimo condono: il messaggio è sempre lo stesso, chi rispetta le regole è un fesso.

Poi arriva il teatrino. Emendamenti buttati e riscritti nel cuore della notte. Norme infilate di nascosto. Una manovra smontata e rimontata come un giocattolo rotto. E mentre tutto esplode, Giorgia Meloni sparisce. Una comparsata, un comizio identitario, poi il vuoto. Governare davvero non fa parte dello storytelling.

Nel frattempo, nel silenzio generale, spunta la stangata sulle pensioni. Riscatti di laurea più cari, finestre allungate, spinta forzata verso la previdenza integrativa con il trucco del silenzio-assenso sul Tfr. Tradotto: lavorerai di più, andrai in pensione più tardi e prenderai di meno. Il tutto senza dirlo apertamente. Un colpo basso, vigliacco.

Troppo perfino per Matteo Salvini, che da anni costruisce consenso urlando “aboliamo la Fornero” e poi, quando governa, firma l’opposto. Questa volta frena. Vertice d’urgenza. Dietrofront. Rinviamo tutto a un decreto futuro. Un tempo, per molto meno, i governi cadevano. Oggi si sopravvive a colpi di propaganda.

E qui sta il punto politico. L’incoerenza non è un incidente. È la cifra di questo governo. Si promette l’impossibile per vincere le elezioni e poi si fa il minimo indispensabile per non far saltare i conti. Non per giustizia sociale. Non per visione. Per paura. Per conservazione del potere. La realtà non si piega agli slogan. Prima o poi presenta il conto.

E il conto sta arrivando. Demografia in caduta, salari fermi da venticinque anni, occupazione bassa, produzione industriale in crisi. Finito il Pnrr, con i dazi alle porte, rischiamo stagnazione e nuove disuguaglianze. Intanto si brindano i rating e si distribuiscono medaglie simboliche. Oro alla Patria, debiti ai cittadini.

Servirebbero riforme vere. Fisco equo. Lavoro stabile. Welfare universale. Sanità pubblica forte. Invece arrivano solo pacchi regalo vuoti, pieni di bandierine e privi di futuro. Questa non è una manovra per l’Italia. È una manovra contro il Paese reale.

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