Dalla psicosi per l’epatite A agli audio su WhatsApp, dai virologi su TikTok alla “mediocrazia” raccontata dal filosofo Alain Deneault: il vero problema del nostro tempo non è l’ignoranza, ma la scomparsa del valore della competenza.
In questi giorni, in Campania, nel giro di poche ore si è diffusa la psicosi per una presunta “epidemia” di epatite A. Non tanto per i dati ufficiali, non per le comunicazioni delle autorità sanitarie, ma per decine di audio su WhatsApp di presunti virologi, amici di medici, conoscenti di primari, che spiegavano profilassi e prevenzione come se stessero dando la ricetta del babà.
Messaggi vocali inoltrati all’infinito, toni allarmati, consigli improvvisati, numeri senza fonte. E migliaia di persone ad ascoltare, condividere, spaventarsi.
Poi sono arrivati i post su Facebook, le dirette improvvisate, i video su TikTok: gente che spiegava le cause, i contagi, la prevenzione parlando di cozze, vongole, ostriche e sushi come se fossimo al mercato del pesce di Porta Nolana, non di fronte a un tema sanitario. Tutti esperti, tutti sicuri, tutti pronti a spiegare tutto. In poche ore virologi, epidemiologi e infettivologi sono spuntati ovunque. Bastava uno smartphone e una connessione.
È stato in quel momento che ho pensato che forse il problema del nostro tempo non è l’ignoranza. L’ignoranza è sempre esistita. Il problema è che oggi l’opinione ignorante ha lo stesso peso della conoscenza. La parola improvvisata vale quanto la parola studiata. Il sentito dire vale quanto il metodo scientifico.
C’è una parola che descrive meglio di tante analisi il nostro tempo: appiattimento. Viviamo in un’epoca che guarda con sospetto l’autorevolezza, che mette sullo stesso piano opinione e competenza, che diffida di chi sa e applaude chi semplifica. In questo clima la mediocrità non è più soltanto una condizione normale: sta diventando un modello culturale.
Per secoli la civiltà occidentale si è basata su un’idea molto semplice: esiste una differenza tra ciò che è migliore e ciò che è peggiore. Studiare significava migliorarsi, approfondire significava crescere, perfezionarsi significava avvicinarsi a qualcosa di più alto. L’idea stessa di civiltà presupponeva una tensione verso l’alto, una distinzione tra ciò che resta e ciò che passa, tra qualità e mediocrità.
Oggi quella distinzione sembra quasi scomparsa. L’eccellenza esiste ancora, ma dà fastidio. Il livello generale non si alza più: si abbassa ciò che sta più in alto. È una caricatura dell’uguaglianza — non quella dei diritti, che resta una conquista sacrosanta, ma la sua versione distorta: se tutti devono essere uguali, allora nessuno deve sembrare migliore.
La mediocrazia secondo Deneault: un nome per il nostro tempo

ll filosofo canadese Alain Deneault ha dato a tutto questo un nome preciso: mediocrazia. (Stesso termine che avevo “coniato” qualche anni prima in un intervento in consiglio comunale) Non il potere degli incapaci, ma il potere dei medi. Persone normali, conformi, senza eccessi: né troppo competenti né troppo carismatiche.
Ed è proprio questa loro normalità a renderle perfette per il potere. Il mediocre non ama chi eccelle, perché l’eccellenza mette in discussione la sua posizione. E allora promuove un principio semplice: non distinguerti troppo, non alzare la testa, resta nella media.
Secondo Deneault non c’è stata nessuna rivoluzione violenta, nessuna presa del potere clamorosa. È stato un processo lento, silenzioso, quasi invisibile. La politica è diventata gestione, amministrazione, “governance”. Non visione, non conflitto, non grandi idee: gestione dell’esistente. È quello che lui chiama “l’estremo centro”: una politica senza ideali forti, dove tutto deve essere moderato, presentabile, accettabile, e dove chi pensa in modo troppo originale o troppo profondo diventa un problema.
Questo meccanismo lo vediamo ovunque. Nella scuola, dove per non lasciare indietro nessuno si è spesso abbassato il livello per tutti. Nella politica, dove il leader deve sembrare “uno come noi”, parlare semplice, non usare concetti troppo complessi. Nell’informazione, dove i problemi enormi diventano titoli brevi e le analisi spariscono dietro le frasi a effetto.
E poi c’è il mondo digitale, la grande piazza permanente dove ogni opinione vale quanto il suo contrario e la credibilità si misura in like. L’esperto e l’improvvisato parlano dallo stesso palco e ricevono lo stesso ascolto. Anni di studio pesano quanto un post scritto in cinque minuti.
Attenzione: la mediocrità è sempre esistita. In ogni epoca la maggioranza delle persone è stata semplicemente normale. Non è questo il problema. Il problema è che un tempo la mediocrità era il punto di partenza, oggi rischia di diventare il punto di arrivo. Non si chiede più alle persone di migliorare, ma di non distinguersi troppo.
E una società che smette di riconoscere l’eccellenza non diventa più giusta. Diventa solo più povera. Più povera culturalmente, più povera moralmente, più povera umanamente. Perché quando una civiltà non distingue più tra ciò che vale e ciò che non vale, non perde solo il senso della qualità.
Perde il senso stesso della direzione.



