Non è la sinistra a far vincere l’estrema destra: è il silenzio di chi doveva fermarla.
Negli ultimi giorni ho letto e ascoltato molti commenti sulla vittoria dell’estrema destra in un piccolo Land tedesco. Le reazioni sono state quelle che ormai conosciamo bene: allarme, sorpresa, analisi affrettate e, soprattutto, la ricerca di un colpevole. Nella maggior parte dei casi l’imputato è sempre lo stesso: la sinistra e i suoi leader.
Eppure, a ben vedere, non c’è nulla di sorprendente in quanto sta accadendo. Da anni, in tutto il mondo occidentale, i partiti nazionalisti e sovranisti raccolgono consenso crescente. Non siamo di fronte a un episodio isolato ma a una tendenza che attraversa Paesi, culture e sistemi politici differenti.
Per questo attribuire la responsabilità dell’avanzata dell’estrema destra esclusivamente alla sinistra appare una spiegazione troppo semplice per essere convincente.
La crisi (reale) della sinistra
È indubbio che la sinistra stia attraversando una fase storica di profonda difficoltà. Nel nuovo secolo sembra aver esaurito gran parte della sua missione originaria e della sua capacità di rappresentare il cambiamento sociale.
Troppo spesso parla a ceti già tutelati e garantiti, mentre fatica a interpretare le paure e le inquietudini generate dalla globalizzazione, dalla precarizzazione del lavoro e dalle grandi trasformazioni tecnologiche. In molti casi si rifugia in battaglie identitarie che, pur importanti, non riescono a intercettare il disagio economico e sociale di ampie fasce della popolazione.
La vera crisi è quella della destra liberale
Tuttavia sarebbe un errore pensare che il successo dell’estrema destra sia semplicemente il risultato del fallimento della sinistra.
La vera crisi, in realtà, è quella della destra liberale. L’avanzata delle forze radicali non avviene a spese di una sinistra già indebolita da tempo: a essere realmente erosa è stata soprattutto la destra liberale.
La crisi del liberalismo conservatore inizia nel momento in cui, per inseguire il consenso elettorale, rinuncia progressivamente ai propri principi fondanti: la difesa delle libertà individuali, il rispetto dello stato di diritto, il pluralismo politico e la centralità delle istituzioni democratiche.
Quando l’estrema destra riesce a imporre i propri temi e il proprio linguaggio all’agenda pubblica, il problema non è soltanto la radicalizzazione del confronto politico. Il rischio più profondo è l’indebolimento della cultura democratica che ha garantito stabilità e prosperità all’Europa nel secondo dopoguerra.
Una destra autenticamente liberale dovrebbe avere il coraggio di offrire un’alternativa credibile alle pulsioni populiste e nazionaliste. Dovrebbe distinguersi da chi mette in discussione i principi della democrazia liberale, e non cercare di imitarlo per ragioni di opportunità elettorale.
Il caso Italia
L’Italia rappresenta un esempio particolarmente significativo di questo processo. Nel nostro Paese la progressiva ritirata della destra liberale ha una storia precisa. A partire dalla stagione berlusconiana, una parte consistente del campo moderato ha preferito integrare e legittimare le componenti sovraniste e nazionaliste anziché costruire un argine culturale nei loro confronti.
Nel breve periodo questa scelta ha prodotto vantaggi elettorali e ha consentito la costruzione di coalizioni vincenti. Nel lungo periodo, però, ha avuto un costo elevato: la progressiva marginalizzazione della tradizione liberale e la perdita della sua autonomia politica e culturale.
Si tratta di una dinamica che la storia ha mostrato più volte. Chi rincorre l’estremismo nella speranza di contenerlo finisce spesso per rafforzarlo. Chi ne adotta il linguaggio, le priorità e la narrazione contribuisce involontariamente a renderlo più legittimo agli occhi dell’opinione pubblica.
È successo con il fascismo, appoggiato dalla grande borghesia industriale. Non è successo, ad esempio, con l’estremismo di sinistra che negli anni ’70 fu arginato dalla sinistra democratica, rappresentata dal PCI e dal PSI.
La domanda decisiva
Per questo la vera questione oggi non è stabilire chi vincerà la prossima competizione tra destra e sinistra. La domanda decisiva è un’altra: esiste ancora una classe dirigente capace di difendere contemporaneamente libertà, responsabilità, competenza, giustizia sociale e apertura democratica, senza cedere alla tentazione di inseguire le paure del momento?
La risposta a questa domanda non determinerà soltanto gli equilibri politici dei prossimi anni. Determinerà la qualità delle nostre democrazie e, in larga misura, il futuro stesso della società europea.
Perché il problema non è l’ascesa dell’estrema destra in un singolo Land tedesco. Il problema è il progressivo indebolimento di quelle culture politiche che, per decenni, hanno rappresentato il principale argine contro ogni forma di radicalismo. E quando l’argine cede, la corrente trova inevitabilmente la strada per avanzare.



