Il centrodestra rivendica il ritorno del voto di preferenza nella nuova legge elettorale. Una simulazione sui numeri della Supermedia YouTrend-AGI del 10 settembre dice però un’altra cosa: nella migliore delle ipotesi, a scegliere gli eletti attraverso la preferenza sarà al massimo un parlamentare su cinque, il venti per cento. Tutti gli altri, li avranno già scelti i partiti.
Due premesse, prima di ogni numero.
La prima è storica. Le preferenze non sono sparite per caso né per un’invenzione degli ultimi mesi. Sono state tolte da una legge precisa, la n. 270 del 21 dicembre 2005, firmata dal ministro Roberto Calderoli e passata alla storia come Porcellum (nome che lo stesso Calderoli le diede in un’intervista, chiamandola “una porcata”). Fu voluta da Silvio Berlusconi e approvata con i voti della maggioranza di Casa delle Libertà, cioè Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord e Udc. L’opposizione di allora, Democratici di Sinistra, Margherita e Rifondazione Comunista, votò compatta contro. Da quel 2005 gli elettori italiani non hanno più scelto un solo nome sulla scheda, se si esclude l’Italicum del 2015 (che le preferenze le prevedeva, votato però da una maggioranza di centrosinistra, e mai arrivato a un’elezione). Nemmeno il Rosatellum, la legge tuttora in vigore, le ha reintrodotte.
La seconda premessa riguarda il presente. Nel momento in cui scriviamo si vota ancora con il Rosatellum. Lo Stabilicum non è legge, è un disegno di legge. Ha superato la Camera il 16 luglio 2026. È arrivato in Senato il 9 settembre. Ha già cambiato forma due volte in due giorni, con gli emendamenti approvati il 10 e l’11 settembre. Manca ancora il voto finale a Palazzo Madama e, dopo quello, il testo dovrà tornare alla Camera per una terza lettura. Tutto quello che segue, di conseguenza, è una simulazione su un testo in movimento, non l’identikit già scritto del prossimo Parlamento.
Il meccanismo prima della notizia.
Funziona così. Un partito vince seggi in un collegio e il primo nome della lista viene eletto sempre, a prescindere da tutto, perché il capolista è bloccato per legge. Se quel partito vince un secondo seggio nello stesso collegio, allora sì, la preferenza dell’elettore sceglie chi va a Roma tra il secondo e il terzo nome. Ma se il partito vince un solo seggio, come capita quasi sempre ai partiti medi e piccoli nei collegi da tre, quattro, cinque posti, la preferenza semplicemente non esiste. Non c’è nessuno tra cui scegliere, perché non c’è nessun seggio oltre il primo.
Aggiungeteci un secondo tassello. Il premio di maggioranza, settanta seggi alla Camera, non passa dai collegi. Passa da tanti listini circoscrizionali, uno per ogni circoscrizione, con nomi decisi dai partiti in ordine fisso. Lì la preferenza non è prevista, punto. Chi ci entra, ci entra bloccato.
Messi insieme, questi due ingranaggi complicatissimi e cervellotici producono un risultato che la propaganda del centrodestra ha deciso di non raccontare quando ha festeggiato il ritorno delle preferenze nello Stabilicum.
I numeri, non le parole
Prendiamo la fotografia più aggiornata dei rapporti di forza, la Supermedia YouTrend-AGI del 10 settembre 2026: Fratelli d’Italia al 26,9%, Partito Democratico al 21%, Movimento 5 Stelle al 12,1%, Futuro Nazionale al 7,6%, Forza Italia al 7,6%, Alleanza Verdi e Sinistra al 6,3%, Lega al 5,6%, Azione al 3,7%, Italia Viva e +Europa insieme al 3,8%, Noi Moderati all’1%. Applichiamo le regole dello Stabilicum così come modificate finora dal Senato (il testo non è ancora legge: il voto finale a Palazzo Madama è atteso, poi tornerà alla Camera per la terza lettura): premio al 42%, sbarramento al 10% per le coalizioni e al 3% per le liste singole, ripescaggio del miglior perdente.
Con Futuro Nazionale fuori dal centrodestra e Azione fuori dal campo largo, a vincere il premio è il campo largo, con il 45,2% dei voti validi. Settanta seggi di premio, dunque, tutti bloccati, tutti nel listino.
Sui restanti trecentoventuno seggi, quelli che passano dai collegi plurinominali ordinari, il conto è impietoso. Duecentoquarantasei sono comunque capolista, quindi bloccati per definizione.
Restano settantacinque seggi in cui la preferenza dell’elettore decide davvero chi viene eletto. Di questi settantacinque, cinquantatré vanno a Fratelli d’Italia e ventidue al Partito Democratico. Al Movimento 5 Stelle, a Forza Italia, alla Lega, a tutti gli altri: zero. Non uno.
Sono numeri che vengono da una simulazione con metodo proporzionale applicato a livello nazionale e non collegio per collegio e non da una proiezione ufficiale. I decreti attuativi che stabiliranno come si distribuiscono davvero i settanta seggi del premio tra le circoscrizioni non sono stati ancora scritti, perché la legge non è definitiva. Ma l’ordine di grandezza e soprattutto la sua concentrazione su due sole liste, resta un’indicazione solida.
Il totale, per chi vuole il numero secco: su trecentonovantuno parlamentari, trecentosedici sarebbero comunque nominati dai partiti. L’ottanta per cento circa. Altro che parola ai cittadini.
Per chi volesse approfondire o confrontarsi, posso fornire il modello di simulazione.
Tre distorsioni, non una
La prima distorsione riguarda i partiti stessi. Se solo chi supera una certa soglia di seggi in un collegio può offrire ai propri quadri una vera prospettiva di elezione tramite preferenza, il vantaggio competitivo nella raccolta delle candidature è enorme e va sempre nella stessa direzione: ai partiti già grandi. Un aspirante consigliere regionale, un amministratore locale con un pacchetto di voti personale da spendere, sceglierà di correre nella lista che gli offre una possibilità reale di superare il capolista bloccato, non in quella che gli chiede di fare da comparsa. Il sistema, insomma, premia chi è già forte e indebolisce ulteriormente chi prova a crescere.
La seconda riguarda la democrazia interna. Se il capolista è bloccato ovunque, la partita si sposta tutta a monte, nella scelta di chi mettere in quella casella. A decidere non è più l’elettore, ma chi controlla le liste del partito, e chi le controlla, nei partiti italiani, raramente lo fa con un congresso o un voto degli iscritti.
La scheda stessa, l’oggetto materiale che il cittadino avrà davanti nel seggio, cambia poco nella forma e molto nelle regole che ci sono dietro. Non dovrà più scrivere un nome a mano, come succedeva prima del 2005: tornano i nomi prestampati e la semplice crocetta. Dentro quella crocetta, però, si affollano regole che si intrecciano una sull’altra. Il capolista è bloccato e sta fuori dal gioco delle preferenze. Dal secondo candidato in poi, la lista si alterna per genere. L’elettore può indicarne fino a tre, ma se esprime più di una preferenza, queste devono riguardare candidati di sesso diverso, altrimenti la seconda e la terza vengono annullate d’ufficio. Un elettore che segue il proprio istinto, magari votando per due candidati che stima entrambi ma che sono dello stesso genere, si vede cancellare la seconda scelta senza saperlo, con un pezzo del proprio voto che semplicemente sparisce. Non è complicato allo stesso modo per tutti i cittadini, e chi si occupa di educazione al voto lo sa bene: più regole si sovrappongono su una scheda, più cresce la distanza tra chi ha gli strumenti per orientarsi e chi no.
La sorte delle garanzie di genere rende questo punto ancora più netto. Il Rosatellum, quello ancora in vigore, impone un equilibrio del 60% e 40% tra i generi tra i capilista: nessun partito può schierare più del 60% di capolista dello stesso sesso. Con l’emendamento Lisei approvato al Senato il 10 settembre, questa regola sparisce. Le liste di collegio avranno sette nomi, capolista compreso, e l’alternanza di genere scatterà solo a partire dal secondo candidato: il capolista ne resta fuori, può essere dello stesso genere di chi lo segue, e nessun tetto nazionale impedisce a un partito di scegliere capilista tutti o quasi dello stesso sesso. Le preferenze, quando l’elettore ne esprime più di una, dovranno sì riguardare candidati di genere diverso (pena l’annullamento della seconda e della terza), ma proprio perché il capolista è il nome che quasi sempre viene eletto, il vincolo si applica dove conta meno e sparisce dove conterebbe di più. Anche su questo, il centrodestra ha parlato di garanzia di rappresentanza. Le opposizioni, e una parte di Forza Italia, hanno fatto notare l’esatto contrario.
La terza è territoriale, e forse la meno raccontata. La legge consente fino a cinque candidature in altrettanti collegi plurinominali diversi, e impone che i nomi del listino del premio si presentino anche in un collegio plurinominale della stessa circoscrizione, quasi sempre in cima alla lista. Un nome di peso può quindi comparire come capolista in più circoscrizioni contemporaneamente, salvo poi scegliere una sola sede una volta eletto. I collegi che restano sguarniti del nome di richiamo vedono scorrere la lista verso il secondo nominativo, cambiando di fatto chi rappresenta quel territorio senza che nessun elettore di quella zona abbia votato per la persona che alla fine lo rappresenterà. La geografia della rappresentanza, in altre parole, dipende dalle scelte post elettorali di pochi nomi noti, non dal voto.
Alcune valutazioni
Non è la reintroduzione delle preferenze il problema. È chiamarla riforma di sistema quando, nei fatti, tocca un quinto abbondante dei seggi e solo per due o tre partiti. Presentarla come restituzione di potere ai cittadini, quando l’ottanta per cento del Parlamento resterà scelto a tavolino esattamente come nel Rosatellum, non è un’imprecisione. È una scelta comunicativa che punta a occupare uno spazio, quello della partecipazione democratica, senza pagarne il prezzo.
Ma il punto vero, alla fine, non è nemmeno la percentuale. È che si continua a togliere ai cittadini il diritto di scegliere chi li rappresenta, un pezzo alla volta e ogni volta con una motivazione diversa. Nel 2005 fu la lotta al voto di scambio. Oggi è la governabilità. Il risultato pratico, in vent’anni, non cambia: chi entra in Parlamento lo decide chi guida un partito, non chi vota. Uno strumento che nasce complicato e si presenta come apertura finisce per allontanare i cittadini dalle urne, non per riavvicinarli. La sfiducia, del resto, non nasce quasi mai da un’informazione mancata, nasce da un’esperienza ripetuta, quella di infilare una scheda in un’urna sapendo già, mentre lo si fa, che il risultato vero lo ha scritto qualcun altro, lontano da quella cabina. È lì che cresce l’astensione, non nella pigrizia degli elettori ma nella percezione, fondata, che il voto conti sempre un po’ meno.
Chi crede davvero nel valore delle preferenze dovrebbe estenderle a tutti i seggi proporzionali, listino del premio compreso e accettare che questo comporti un accorpamento dei collegi troppo piccoli per generare competizione reale al loro interno. Finché non succede, resta una domanda sola: una legge elettorale che si fa scudo di parole come partecipazione e territorio, mentre lascia l’ottanta per cento dei seggi nelle mani di chi le liste le scrive, sta davvero cercando cittadini più coinvolti o cittadini semplicemente più stanchi di provarci?




