Sorpasso … a destra

Nel centrodestra italiano, da quando non c’è più Berlusconi, si comanda in un solo modo, superando a destra. E Vannacci ha messo la freccia da un pezzo. La serata da Gruber, andata in onda nell’anniversario dell’assassinio di Matteotti, racconta un fenomeno che non indebolisce Meloni ma punta a mangiarsi la Lega, fa tremare Forza Italia, costringe già il centrosinistra a cambiare strategia.

In politica i vuoti non restano vuoti. Quando una domanda esiste e nessuno la rappresenta, prima o poi qualcuno arriva a servirla. Nel centrodestra italiano questo meccanismo ha perfino una direzione fissa, perché da quando si è chiusa la stagione di Berlusconi il “comando” si conquista sempre superando a destra. La Lega di Salvini superò Forza Italia, Fratelli d’Italia (spin off di Alleanza Nazionale finanziato dal Cavaliere) ha superato la Lega. Ora tocca a Roberto Vannacci, che la freccia l’ha messa da un bel po’ e punta dritto a quei milioni di italiani che Meloni non intercetta più e che Salvini non sa più rappresentare.

L’occasione gliel’ha offerta Lilli Gruber, ospitandolo a Otto e mezzo su La7 il 10 giugno, centodue anni esatti dal giorno in cui gli squadristi fascisti rapirono e uccisero Giacomo Matteotti. Il calendario, a volte, ha un’ironia tutta sua. Il leader di Futuro Nazionale ha rilanciato la sua parola mantra, la remigrazione, da praticare con nuovi Cpr, accordi di rimpatrio e trasferimenti in Paesi terzi per chi “non ha motivo e diritto di essere da noi”. Incalzato sulla parola deportazione (proprio ieri sera) non ha arretrato: “se significa movimentazione coatta contro la volontà delle persone, certo”. Sui diritti civili siamo fermi agli anni Venti, perché se sei gay non puoi “accampare diritti”, però in ospedale ti curano e ti lasciano pure guidare. Lo ha detto col tono di chi sta concedendo qualcosa.

Il livello argomentativo è sconcertante nella sua povertà, ma sarebbe un errore fermarsi a sorridere o, peggio ancora, stracciarsi le vesti. Quella centrifuga di parole vuote è miele per orecchie che esistono davvero e sono tante. Centomila iscritti in tre mesi, rivendica lui, mentre regola i conti con il suo ex capitano: “Non ho usato Salvini, lui ha usato me per prendere 500mila voti”.

Il sorpasso, con ogni probabilità, seguirà il copione di sempre. Vannacci si sostituirà progressivamente alla Lega, divorandone l’elettorato, senza indebolire Meloni, che presidia un consenso diverso. Il nodo vero si aprirebbe se Futuro Nazionale entrasse nella coalizione, perché in tanti scommettono che a quel punto Forza Italia ne uscirebbe. In ogni caso il mito trentennale della compattezza del centrodestra è finito. C’era un “padrone” che dettava la linea ed espelleva gli eretici (chiedere a Gianfranco Fini). D’ora in poi anche loro dovranno difendersi dagli alleati prima ancora che dall’opposizione. Noi, del centro sinistra, siamo sempre stati più bravi, facevamo cadere direttamente i governi. Oggi, invece, in presenza di queste condizioni politiche e con una legge elettorale “bi-truffa” che bipolarizza più che mai, qualcuno teorizza (e sta costruendo) un fantomatico terzo polo europeista, riformista e liberale. Brutta bestia l’invidia, il rancore pure.

La polarizzazione impressa dal governo delle destre e dall’avvento di Vannacci toglierà, inevitabilmente, ossigeno a ogni tentativo, a livello locale, di costruire aggregazioni trasversali e finto civiche. Quelle, per intenderci, che si tengono insieme per “convenienza” o per sentimenti comuni, tutt’altro che politici, contro un avversario/nemico e non, certamente, per la condivisione di valori. In un tempo che obbliga a scegliere da che parte stare, le alchimie senza identità pur se colme di rancore non reggono. Non più.

E noi? Vannacci sta già producendo effetti anche nel nostro campo. Non ha ancora modificato l’agenda del centrosinistra, ma la strategia e la comunicazione sì, di sicuro. Le sue tesi restano inaccettabili, demagogiche e pericolose e se una parte degli italiani vorrà credergli i conti si faranno nelle urne, come la democrazia comanda. La domanda vera è un’altra e la scrivo oggi, 11 giugno, nel giorno in cui quarantadue anni fa moriva Enrico Berlinguer, l’uomo che riempiva le piazze parlando alla testa e al cuore di milioni di persone senza concedere nulla alla demagogia. Vogliamo inseguire l’incantatore di serpenti sul suo terreno, o torneremo a parlare come sapeva parlare lui, prima che ogni sera, in televisione, lo faccia qualcun altro?

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