Meloni balla, urla e non governa

Il monologo di Meloni ad Atreju mostra un governo che preferisce urlare, dividere e negare la realtà piuttosto che governare. Tra slogan, attacchi alla magistratura e riscrittura dei fatti, la premier evita i problemi del Paese e trasforma il consenso in uno spettacolo.

Ieri sera, ho ascoltato (mandando avanti di tanto in tanto, lo ammetto) il monologo finale di Giorgia Meloni ad Atreju. La prima impressione che ho avuto, sin dal balletto iniziale, è che non stavo ascoltando una Presidente del Consiglio dell’ottava potenza economica mondiale, della terza in UE, membro del G7. Stavo assistendo a qualcos’altro, a un comizio nemmeno tanto di livello, una rappresentazione studiata più per tenere caldo il (proprio) elettorato che per parlare al Paese.

Slogan al posto delle idee. Risatine e mossette al posto dell’autorevolezza che ci si aspetterebbe. Urla al posto dell’argomentazione. Un linguaggio da bar trasformato in identità politica. È questo il tono scelto da chi guida l’Italia da tre anni. Ed è un segnale che dovrebbe preoccupare tutti, non solo l’opposizione.

Perché una premier che governa davvero non ha bisogno di recitare la parte della leader d’assalto. Non ha bisogno di fingersi ancora all’opposizione. Non ha bisogno di costruire nemici immaginari per nascondere i problemi reali.

E invece Atreju è stato esattamente questo: un lungo elenco di bersagli. Elly Schlein, accusata di “scappare” dal confronto — detto da chi al confronto si è sottratta oramai da anni, anche con i media. Giuseppe Conte, ridicolizzato più che criticato. E poi la sinistra tutta, senza distinzioni, trasformata in una caricatura tossica: violenta, liberticida, censoriale. Un racconto grossolano, urlato, a tratti ridicolo, utile solo a cementare il fronte amico.

Il paradosso più inquietante è stato quando Meloni si è posta come paladina della libertà. Lei, politicamente erede di una tradizione che con la libertà ha avuto rapporti storicamente ambigui, che distribuisce patenti di democraticità agli altri. Un capovolgimento della realtà che non è casuale: è una tecnica. Ribaltare le parole per rendere accettabile l’inaccettabile, ne ho scritto qualche giorno fa.

Lo stesso schema si ripete sui fatti. I centri in Albania “funzionano”, dice la premier. Nonostante i numeri, le denunce, l’evidenza. Realtà alternativa, ancora una volta.
E poi la strumentalizzazione dei casi giudiziari, delle famiglie, dei bambini. Tutto diventa pretesto per colpire la magistratura. Tutto fa brodo, purché serva allo scontro.

Quello che colpisce, però, non è solo ciò che Meloni dice. È ciò che non dice.
Nessun bilancio serio di tre anni di governo.
Nessuna risposta sulle difficoltà economiche, sul lavoro povero, sulla sanità in affanno, sui salari fermi.
Nessuna visione di futuro. Nessuna proposta che vada oltre l’immediato consenso.

Al posto della politica, la tifoseria.
Al posto della responsabilità, la rabbia.
Al posto del governo, lo spettacolo.

Atreju non è stato un congresso. È stato il palcoscenico di un pessimo avanspettaccolo.
La nuova Sanremo della politica italiana, dove vince chi urla di più e il pubblico applaude a comando. Ma governare un Paese non è intrattenere una platea. È assumersi il peso delle scelte, anche quando sono scomode.

Se qualcuno vuole capire cos’è davvero il melonismo militante, basta riascoltare quell’ora di monologo.
È tutto lì. Ed è proprio questo che, più di ogni slogan, mette i brividi.

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