Il mondo alla rovescia

Come l’estrema destra ribalta parole, valori e realtà per farci accettare l’inaccettabile

C’è qualcosa che sta accadendo sotto i nostri occhi. Non all’improvviso, non con un colpo di Stato. Succede lentamente, quasi senza fare rumore. Parola dopo parola, slogan dopo slogan. Il mondo viene capovolto e, mentre accade, ci viene anche spiegato che è giusto così. Che è normale. Che è inevitabile.

Pace, inclusione, pluralismo, sanità, complessità: improvvisamente diventano il problema. Democrazia, diritti, uguaglianza vengono descritti come zavorre, ostacoli, fastidi ideologici. Valori che fino a ieri erano il fondamento della convivenza civile oggi vengono trattati come debolezze. Non è un incidente. È una strategia.

Da tempo, in Italia come altrove, l’estrema destra (si l’estrema destra, non la destra sociale e nemmeno quella liberale) lavora a una riscrittura profonda del sistema di valori, tentando di ribaltare il paradigma culturale dell’Occidente democratico. Un’operazione lenta ma potentissima. Perché quando cambiano i valori, cambiano le leggi. E quando cambiano le leggi, cambiamo anche noi.

Il linguaggio è il primo campo di battaglia. Non esistono parole innocenti. Quelle che non piacciono vengono trasformate ed etichettate come “tossiche”, soppiantate da un vocabolario populista e reazionario, quando non apertamente post-fascista. Non stanno semplicemente comunicando, stanno esercitando potere. Accettare quelle parole significa accettare la loro cornice, il loro modo di leggere il mondo. E una volta dentro quella cornice, la partita è già truccata.

Nulla è lasciato al caso. La ripetizione è la prima leva: slogan semplici, martellanti, ripetuti ovunque fino a sembrare buon senso. Quando li senti su tutti i canali, inizi a non metterli più in discussione. Poi arriva la valanga di messaggi contraddittori, continui, pervasivi. Non servono a convincere, ma a confondere. I fatti perdono consistenza, tutto diventa opinabile, nulla più verificabile.

Intanto si sposta il confine di ciò che è dicibile. Prima si lancia una proposta estrema, poi la si ripete, infine la si normalizza. L’impensabile diventa discutibile, il discutibile accettabile. È così che la finestra del possibile si allarga sempre nella stessa direzione. E mentre accade, le parole vengono rinominate: sicurezza al posto di diritti, tradizione al posto di uguaglianza. Le persone scompaiono, restano i simboli. Se accetti quel lessico, hai già perso terreno.

Quando qualcuno prova a resistere, scatta il “gaslighting” politico. L’evidenza viene negata, le responsabilità rovesciate. La discriminazione diventa “protezione”, l’abuso “necessità”. Chi denuncia viene etichettato come estremista, ingrato, ideologico. Non è solo delegittimazione: è un modo per far dubitare della realtà stessa. Tutti atteggiamenti che la storia ha già conosciuto.

A completare il quadro c’è la costruzione del nemico utile. Migranti, minoranze, femminismi, diritti LGBTQ+. Un “loro” che minaccia un “noi” indistinto. La paura mobilita, semplifica, giustifica tutto. Problemi complessi vengono ridotti a colpevoli semplici. E mentre l’opinione pubblica è tenuta in uno stato di allarme permanente, le riforme strutturali vengono sempre rinviate. I diritti diventano opinioni, le garanzie costituzionali ostacoli da aggirare.

Non è solo una questione comunicativa. È politica allo stato puro. Questo slittamento continuo spinge il Paese su un terreno scivoloso, spesso al limite dell’incostituzionalità, mentre l’erosione dei principi democratici avanza senza bisogno di proclami.

Questo accade quasi ovunque, anche nei nostri comuni, dove con gli stessi contenuti ma con protagonisti “improbabili”, con finta goliardia ma con tanto rancore, si cerca di mettere in campo la medesima operazione di “gaslighting” politico descritta qualche rigo fa. Una psicomica politica.

Gli antidoti esistono, ma non sono automatici. Bisogna rifiutare il frame imposto e rinominare la realtà con parole nostre: dignità, uguaglianza, legalità. Ripetere fatti e valori con la stessa costanza degli slogan che li negano. Praticare un “igiene informativa” rigorosa, scegliere poche fonti affidabili, smettere di rilanciare d’impulso. Unire empatia e dati, storie vere ed evidenze solide. Costruire alleanze narrative, voci diverse che dicano la stessa cosa.

La democrazia non si difende da sola. Non è un oggetto da conservare in vetrina. È un muscolo. Se non lo alleniamo insieme, si indebolisce. E quando ce ne accorgiamo, spesso è già troppo tardi.

Tags :

Facebook
Twitter
LinkedIn
Pinterest
Telegram

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ultimi articoli

Altri articoli

Sport

Più Roberto che Baggio

Non è un’intervista sul calcio, e nemmeno sul talento. È un racconto intimo su dolore,

Giustizia

Quando il potere spara

Minneapolis e la deriva autoritaria che ci riguarda tutti. Dall’uccisione di Renee Nicole Good alla