Indipendenza e autonomia

Separazione delle carriere: interviene Aldo Di Vito

Saleincorpo e CambiaMenti hanno avviato un dibattito sulla riforma della giustizia e sulla separazione delle carriere in magistratura. In questo contesto ospitiamo un intervento dell’avvocato Aldo Di Vito originariamente apparso l’Ora della Sera. Ringraziamo Anna Di Vito per la collaborazione.

E’ stupefacente l’abilità di molti politici, di parlare, con baldanzosa sicumera, di ciò che non sanno, e quella, di color che sanno, di non dirlo, o di arzigogolarlo in un manto di parole, tali da non farlo capire. Gli uni e gli altri tradiscono volutamente la verità allo scopo di servire la chiesa a cui appartengono o di cui sono simpatizzanti. E’ quanto accade nel dibattito in corso sulla cosiddetta “riforma della giustizia”, su cui vorrei modestamente intervenire.

Quelli che appoggiano e quelli che avversano il disegno di legge del Governo ripetono le solite solfe: i primi, che la separazione delle carriere serve a spezzare il rapporto di amicizia e di contiguità fra PM e giudicanti, che li appiattirebbe gli uni sugli altri, e i secondi che sarebbe prodromico all’assoggettamento dei PM al Governo.

In realtà sono due sciocchezze. La prima, perché generalmente i magistrati non hanno amicizie e contiguità, né con i comuni mortali, né fra di loro, occupati a primeggiare e a scavalcarsi a vicenda, e quei pochi che ce l’hanno è perché sono anime nobili e quindi non farebbero mai una cosa ignobile in nome di una cosa nobile come l’amicizia. Lo posso attestare per esperienza personale e se i miei giorni me ne daranno il tempo e il Direttore del giornale lo spazio, un giorno racconterò mirabili esempi di nobiltà e correttezza di magistrati che mi hanno onorato della loro amicizia.

La seconda, perché il progetto di legge costituzionale espressamente ribadisce l’appartenenza dei PM all’ordine giudiziario e quindi l’indipendenza dal Governo. La verità è un’altra, e per capirla bisogna smettere di confondere l’indipendenza con l’autonomia. Si tratta di due concetti tutt’affatto diversi, sia pure fra loro interdipendenti, nel senso che l’autonomia è funzionale all’indipendenza, che è il vero valore, sul quale nessuno osa discutere.

L’indipendenza consiste nel fatto che il magistrato, nelle decisioni dei casi giudiziari sia esente da qualsiasi pressione o condizionamento che non sia il suo “libero convincimento”, formato e motivato sulla base dei fatti e delle prove di cui dispone o che ritiene di acquisire. L’autonomia è invece l’autogoverno della categoria, esercitato dal CSM. E qui casca l’asino, qui si è formato il bubbone che ha infettato il sistema.

La “politicizzazione” della magistratura non è la causa ma l’effetto del meccanismo funzionale del CSM, in quanto organo unico decisionale delle carriere, delle destinazioni ai vari Uffici giudiziari e dei procedimenti disciplinari. In fondo, coloro che da giovani scelsero di entrare in magistratura, per tradizione familiare, o per vocazione, ma soprattutto per un posto sicuro, ben remunerato e di prestigio sociale, una volta conseguito quell’obbiettivo con sforzo e merito, salvo rare eccezioni, non gliene fregherebbe un tubo della politica.

Senonché sono stati costretti ad intrupparsi in gruppi al solo scopo di tutelarsi e contare nelle decisioni e nelle elezioni del CSM. Insomma un’operazione dei cazzi propri, interna corporis, mimetizzata dietro facies politico-ideologiche, essendo queste il paradigma classico della competizione sociale. Da qui la degenerazione del CSM in campo di gioco a squadre, del tutto scollegato dalla sacralità della funzione giudiziaria, come certificato dalle rivelazioni Palamara.

Un fenomeno nel quale non si può sottacere, sia pure con il dovuto rispetto, la responsabilità di tutti i Presidenti della Repubblica, i quali, ad eccezione di Cossiga, hanno abdicato all’alto compito di presiedere di persona il CSM, lasciandolo di fatto nelle mani dei vicepresidenti di turno, meno autorevoli e di parte. Ne consegue che la separazione delle carriere non ha di per sé nessun effetto sul concreto funzionamento del sistema giudiziario ma è l’indispensabile premessa per l’intervento chirurgico di estirpazione del tumore, che consiste nello sdoppiamento del CSM e nella sua formazione per sorteggio, e i magistrati dovrebbero essere i primi ad esserne lieti, perché accresce e non limita la loro indipendenza e li libera dai conflitti interni.

E’ ovvio che, tolto il tumore, il risanamento ha bisogno della chemioterapia per una perfetta funzionalità. Ma di questo parleremo un’altra volta, unitamente al presunto scontro fra politica e magistratura.

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