Una cura per una città più sicura

Tra vandalismo, disagio giovanile e fratture sociali, la sicurezza urbana non può essere ridotta a propaganda o repressione: serve una risposta educativa, culturale e collettiva.

Gli ultimi episodi di vandalismo e violenza avvenuti nel centro di Nocera hanno innescato su media e social un dibattito sulla responsabilità dell’amministrazione comunale. È un confronto acceso, comprensibile, ma che rischia di restare superficiale se non si prova ad andare oltre l’emotività del momento.

Qualche mese fa anche mio padre, ultraottantenne, è stato vittima di insulti da parte di una banda di giovani criminali. Un episodio che mi ha toccato personalmente e che mi porta a guardare questi fatti non come semplice cronaca, ma come il sintomo di un problema più profondo e strutturale.
Risse, aggressioni e atti di vandalismo sono fatti gravi non possono essere liquidati come “ragazzate”, né affrontati con slogan o con il consueto scaricabarile delle responsabilità. La sicurezza urbana è certamente una responsabilità pubblica, ripartita tra diverse autorità, ma è troppo facile – e spesso strumentale, soprattutto in prossimità di compagne elettorali– concentrare tutta l’attenzione sugli amministratori locali, trasformandoli nel bersaglio esclusivo del malcontento.

Anche perché questi fenomeni non riguardano solo Nocera. Basti pensare all’omicidio avvenuto a Massa solo pochi giorni fa. Né si tratta di un’emergenza improvvisa: da anni, soprattutto le periferie delle città , sono teatro di episodi simili, spesso ignorati o sottovalutati. Fa quindi una certa impressione che l’allarme scatti solo quando la violenza varca il confine simbolico e reale dei quartieri centrali, arrivando sotto le “belle case” del centro cittadino.

Qui emerge un nodo che non può essere eluso: la frattura sociale tra centro e periferia. Sempre più spesso la violenza si manifesta nei luoghi più visibili della città, ma affonda le sue radici in contesti segnati da disagio economico, fragilità educative e povertà relazionale. Non si tratta di colpevolizzare una classe sociale o di alimentare contrapposizioni sterili, bensì di riconoscere che le disuguaglianze hanno un peso reale sui comportamenti, soprattutto quando mancano riferimenti familiari e culturali solidi. A Nocera, come in molte altre realtà, la cosiddetta “periferia sociale” si sta allargando in modo silenzioso ma preoccupante.

Questa deriva è evidente anche nelle scuole. Chiunque abbia un familiare o un amico insegnante sa quanto siano aumentati gli episodi di violenza verbale e fisica contro i professori. Anche qui la scuola diventa lo specchio di una società fratturata, dove le differenze sociali emergono con forza, talvolta persino nella distanza sempre più marcata tra licei e scuole professionali.

Non si tratta di criminalizzare i giovani, né di contrapporre centro e periferia . Si tratta, piuttosto, di chiamare gli adulti – tutti – alle proprie responsabilità. Senza famiglie presenti e consapevoli, senza una scuola rispettata e sostenuta, e senza una comunità capace di ridurre le disuguaglianze, ogni risposta esclusivamente repressiva è destinata a fallire.

La sicurezza di una città non si costruisce solo con più pattuglie o più telecamere. Si costruisce riducendo le distanze sociali, ricostruendo legami e recuperando il valore dell’educazione e della responsabilità condivisa. Altrimenti continueremo a indignarci solo quando il problema bussa alla porta di casa, dimenticando che era già lì da tempo.

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