Erba alta, panchine fantasma e canestri storti

Quando la politica si riduce a indignazione social e polemica di superficie, il rischio è perdere credibilità. Tra foto indignate e polemiche ricorrenti, si consuma una politica fatta di visibilità e rumore: ma governare richiede altro, richiede proposte, serietà e soluzioni verificabili.

C’è una forma di opposizione che oggi va per la maggiore. È poco impegnativa, veloce, immediata, apparentemente efficace. Si nutre di immagini: un parco con l’erba alta, una panchina rotta, un’attrezzatura sportiva danneggiata.

Si scatta una foto, si scrive un lungo post, si fa un bel video, si pubblica (con tempismo sospetto), si chiede ad amici e parenti di commentare (con tono finto-indignato) e ci si sente, per qualche ora, felici e statisti.

Sembra politica. Ma non lo è.

È, piuttosto, una scorciatoia. Una scorciatoia un po’ ridicola, perché riduce la complessità amministrativa a una sequenza di episodi isolati, trasformando ogni disservizio in un pretesto e ogni problema in un’arma. Non per risolverlo, ma per esibirlo.

Il punto non è negare l’esistenza dei problemi. I problemi esistono, eccome. E vanno segnalati e denunciati. Ma c’è una differenza sostanziale, quasi etica, tra la segnalazione civica e l’utilizzo strumentale di un disservizio, di un disagio.

La prima nasce dal desiderio di migliorare, la seconda da quello di colpire e ritagliarsi un po’ di visibilità.

Ma i cittadini, contrariamente a quanto si pensa, non sono ingenui.

Perché ciò che può generare una reazione emotiva nell’immediato, un commento, una condivisione, una rabbia momentanea difficilmente si trasforma in consenso duraturo.

L’indignazione è una scintilla, non un carburante. Accende, ma non alimenta. E, soprattutto, non costruisce fiducia, figurarsi consenso.

Questa modalità comunicativa, questo populismo performativo, questa clickbait politics, rischia, nel medio termine, di produrre l’effetto opposto.

Quando la denuncia diventa sistematica, ossessiva, quasi artificiale, perde credibilità. Quando tutto è emergenza o scandalo, nulla lo è davvero. E quando ogni post è costruito per “mettere in difficoltà” qualcuno, il sospetto che dietro non ci sia interesse per la soluzione ma solo per la visibilità diventa inevitabile.

Non solo. C’è un paradosso che chi pratica questa forma di opposizione sembra ignorare: offrire continuamente all’amministrazione bersagli così semplici può trasformarsi in un assist politico.

Basta un intervento rapido, una soluzione tempestiva, e quella stessa foto diventa la prova, non dell’incapacità di chi governa, ma della sua efficienza.

Di fronte a un problema risolto, chi denunciava appare improvvisamente meno credibile, meno incisivo, meno utile.

È il classico boomerang della comunicazione superficiale.

Il vero nodo, allora, non è la foto in sé. È ciò che manca intorno a quella foto, a quella denuncia.

Manca una proposta, manca una visione, manca, soprattutto, un’idea alternativa di governo.

Perché la politica, quella vera, quella che tanti ritengono come una forma di servizio e non di esibizione, non si misura nel numero di commenti sotto un post, ma nella capacità di incidere sulla realtà.

Non vive di indignazione a comando, ma di responsabilità quotidiana. Non cerca il problema da mostrare, ma la soluzione da costruire.

È fatica, studio, ascolto. È assumersi il peso delle decisioni, anche quando non portano applausi immediati.

È lavorare spesso lontano dai riflettori, dove non arrivano like né condivisioni, ma dove si determinano davvero i cambiamenti.

Tutto il resto può sembrare politica. Ma è solo una sua imitazione, una messa in scena.

Ed è proprio qui che si misura davvero la differenza.

Se l’obiettivo è migliorare la città e non semplicemente fare liketivism, la risposta non può essere l’ennesima foto indignata.

Deve essere una soluzione concreta, strutturata, verificabile. Una proposta vera, ragionata, studiata che abbia l’odore e il colore delle cose serie.

Un esempio?

Proporre che l’amministrazione, qualsiasi sia il colore politico, qualsiasi sia il sindaco, si doti di un’app per la segnalazione dei disservizi.

Non uno sfogo sui social, quindi, ma uno strumento concreto: il cittadino segnala un problema, l’amministrazione lo prende in carico, stabilisce tempi certi per la risoluzione e aggiorna pubblicamente lo stato dell’intervento.

Tutto tracciabile. Tutto visibile. Tutto misurabile.

Non è teoria. Esistono già modelli funzionanti, in Italia e all’estero. (Decoro Urbano, Municipium, FixMyStreet, etc).

Funzionano perché trasformano il cittadino da spettatore arrabbiato a protagonista attivo.
Funzionano perché obbligano chi governa a rispondere con i fatti, non con i post.
Funzionano perché spostano il confronto dalla polemica ai risultati.

E, soprattutto, funzionano perché costruiscono fiducia.

Ridurre tutto a una sequenza di denunce visive significa accettare una versione impoverita del confronto democratico. Significa rinunciare alla profondità in cambio della visibilità. E, alla lunga, significa anche perdere autorevolezza.

In un tempo in cui la comunicazione è sempre più rapida e sempre più superficiale, la tentazione di inseguire l’onda è forte.

Ma è proprio qui che si misura la qualità della classe politica: nella capacità di resistere alla scorciatoia, di non confondere il rumore con il consenso, l’esposizione con la credibilità, l’etica con la cotica.

Perché, in fondo, la politica non è ciò che si pubblica, ma ciò che si realizza.
Non è la capacità di denunciare un problema, ma quella di risolverlo.

Ed è su questo terreno, silenzioso ma decisivo, che si misura davvero la credibilità di chi ambisce a governare.

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