Verso un nuovo disordine mondiale

Dietro il blitz americano a Caracas non c’è solo Maduro, né la retorica della democrazia: c’è il declino economico degli Stati Uniti, la corsa globale alle risorse strategiche e il ritorno brutale di una politica di potenza che mette definitivamente in soffitta diritto internazionale e multilateralismo

L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela non è un episodio isolato né un colpo di testa improvviso. È un segnale forte, inquietante, che racconta molto più di quanto sembri. Racconta, soprattutto, la crisi profonda di un impero che fatica a reggere il peso delle proprie contraddizioni e, molto sullo sfondo, l’esigenza politica di Trump di evitare una rivolta della base del movimento MAGA.

Gli Stati Uniti arrivano a questo passaggio con un debito federale fuori controllo, una montagna di debito privato che strangola famiglie e imprese, una deindustrializzazione ormai strutturale e una bolla finanziaria gonfiata oltre ogni limite. A tutto questo si somma la concorrenza cinese, che ha smascherato la fragilità del modello produttivo americano, e una politica dei dazi che rischia di far esplodere l’inflazione. In questo scenario, la guerra diventa una scorciatoia. Un modo per rianimare l’economia interna, proteggere la finanza e garantirsi risorse strategiche.

Il Venezuela non è stato scelto a caso, è uno dei Paesi più ricchi al mondo di petrolio, coltan e materie prime fondamentali per le tecnologie del futuro: intelligenza artificiale, mobilità elettrica, criptovalute, robotica, semiconduttori. Chi controlla energia e risorse controlla il prossimo ciclo di sviluppo globale. E oggi questo vantaggio è in larga parte nelle mani della Cina.

La strategia americana è chiara: recuperare terreno in America Latina, contenere l’espansione cinese e riaffermare il primato del dollaro. Panama, Perù, Colombia, Brasile, Argentina: ogni tassello rientra in una logica di pressione economica, diplomatica o militare. Il blitz su Caracas rappresenta il salto di qualità. Non una “liberazione”, ma un’operazione predatoria, coloniale, vecchio stile.

Basta leggere il Documento di sicurezza nazionale di pochi giorni fa, il famoso “Corollario Trump”:
“Dopo anni di abbandono, gli Stati Uniti riaffermeranno e applicheranno la Dottrina Monroe per ripristinare la preminenza americana nell’Emisfero Occidentale e per proteggere la nostra patria e il nostro accesso a aree geografiche chiave in tutta la regione. Negheremo ai concorrenti esterni all’Emisfero la possibilità di schierare forze o altre risorse pericolose, di possedere o controllare risorse strategicamente vitali nel nostro emisfero. I nostri obiettivi per l’emisfero occidentale possono essere riassunti come “ottenere appoggi” (enlist) ed “espandersi” (expand). Otterremo appoggio da amici consolidati nell’emisfero per controllare le migrazioni, fermare i flussi di droga e rafforzare la stabilità e la sicurezza sulla terraferma e in mare. Ci espanderemo coltivando e rafforzando nuovi partner, rafforzando al contempo l’attrattività della nostra nazione in quanto partner di riferimento sul piano economico e per la sicurezza nell’Emisfero”.

Chiaramente fuori dall’emisfero occidentale si fa a gara, soprattutto in Europa, a rimanere nella stretta cerchia degli “amici consolidati”. Imbarazzate e imbarazzanti le dichiarazioni di quasi tutti i leader europei, che niente altro potranno dire e, soprattutto, nulla faranno, sancendo la fine del diritto internazionale, del multilateralismo e delle organizzazioni sovranazionali.

In Italia il dibattito politico è a livello bassissimo. La destra non fa la destra, niente ha da dire su sovranità popolare, nazione, diritto internazionale, etc, ma si limita a portare avanti una campagna più social che politica sulla presunta “collusione” tra la sinistra italiana e il regime (comunista ?) di Maduro.
La sinistra, incapace di assumere una posizione non tanto unitaria ma minimamente autorevole, si contorce su se stessa, senza rendersi conto che non è in ballo il suo futuro (o quello dei suoi dirigenti) ma quello di questo pianeta. Non servono prese di posizione tardo sessantottine è necessario assumere una posizione condivisa e unitaria, oltra ad una postura, da forze politiche che si candidano a governare il Paese.

In questo continuo scontro tra tifoserie, più che tra “ideologie”, tutto si riduce a propaganda, slogan, semplificazioni tossiche. Così si cancella la complessità e la drammaticità —di una vicenda come questa, si confondono i fatti con le fake news, si mettono sullo stesso piano le analisi di chi ha competenze, ruoli e responsabilità e le opinioni gridate dei tuttologi da social. Questo è il terreno ideale delle campagne di populismo digitale (quelle di Fratelli d’Italia, ad esempio), che trasformano ogni crisi in una partita da stadio: non conta capire cosa stia davvero accadendo, conta solo scegliere da che parte stare e urlare più forte.

Io credo che, al netto delle nostre appartenenze politiche, nessuno valuti positivamente il regime instaurato da Chávez e consolidato da Maduro. Un regime autoritario, affaristico, intrecciato con apparati militari, narcotraffico e alleanze opache con Russia, Iran e gruppi armati. D’altronde tutti i partiti politici italiani hanno contestato e non riconosciuto l’esito delle elezioni presidenziali venezuelane del 28 luglio 2024 e, quindi, la Presidenza Maduro.

Ma una cosa è non riconoscere l’esito di un’elezione e condannare una dittatura, un’altra è bombardare un Paese sovrano, sequestrarne il presidente e dichiarare apertamente l’intenzione di gestirne direttamente le risorse.

Nonostante le evidenti complicità interne, non siamo ancora davanti a un vero cambio di regime, manca il tassello fondamentale: una forza interna capace di prendere il potere. Le forze armate venezuelane, per ora, restano compatte. Nessun governo provvisorio, nessuna sollevazione popolare. Il rischio, se Washington vorrà forzare la mano, è quello di una guerra asimmetrica lunga e sanguinosa, che l’opinione pubblica americana non vuole e che l’establishment militare teme.

Il Venezuela diventa così un pezzo di quella “guerra mondiale a pezzi” che attraversa Ucraina, Medio Oriente, Africa e Pacifico. Una guerra per le risorse, per l’energia, per il dominio tecnologico. Una guerra che segna la fine definitiva dell’illusione liberale e l’ingresso in un mondo più brutale, più instabile, più pericoloso.

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