Quando la storia ricomincia dal basso

Dalle piazze del movimento No Kings agli scioperi dei lavoratori americani: mentre i governi rafforzano controllo e potere, nella società cresce una nuova opposizione sociale che prova a cambiare davvero i rapporti di forza.

Dagli scioperi di Minneapolis alle piazze No Kings: come i movimenti sociali ridanno senso alla democrazia quando le istituzioni si chiudono.

A Minneapolis, la repressione contro migranti e lavoratori ha prodotto una risposta che non si vedeva da anni: scioperi, blocchi, manifestazioni, organizzazione dal basso. Non una protesta simbolica, ma un conflitto vero. Aeroporti fermati, scuole chiuse, migliaia di persone in piazza nonostante temperature impossibili. E alla fine il governo è stato costretto a fare un passo indietro. Non per scelta politica, ma perché costretto dalla forza sociale.
È una lezione antica, ma ogni tanto ce la dimentichiamo: il potere arretra solo quando incontra un potere contrario.

Lo stesso messaggio arriva dalle piazze italiane del movimento No Kings. Quelle piazze non erano solo contro un governo o una riforma. Erano contro un’idea del mondo: quella in cui pochi decidono e molti subiscono, quella in cui la politica diventa gestione dell’esistente e la democrazia si riduce a votare ogni tanto.

Non è un caso che, negli stessi mesi, anche in Italia si moltiplichino i cosiddetti “pacchetti sicurezza”, norme che restringono spazi di dissenso, aumentano controlli, introducono nuovi reati legati alle manifestazioni. Provvedimenti che abbiamo visto applicati concretamente proprio prima e durante la manifestazione No Kings di Roma, tra controlli preventivi, identificazioni, limitazioni alla libertà di movimento.
Non sono episodi isolati: sono il segno di un clima politico preciso, in cui la sicurezza diventa lo strumento per governare il conflitto sociale.

Allo stesso modo, il tentativo di modifica della legge elettorale senza alcuna condivisione con le opposizioni, a colpi di maggioranza, segue la stessa logica già vista con la riforma della giustizia: quando non riesci a convincere, decidi da solo; quando il consenso è fragile, cambi le regole.

Non è solo una dinamica italiana. Negli Stati Uniti Trump, in difficoltà nei sondaggi, lavora da mesi per rendere più difficile votare, per controllare le procedure elettorali, per rafforzare il ruolo degli apparati di sicurezza.
La storia insegna che le democrazie raramente muoiono all’improvviso. Più spesso si svuotano lentamente, pezzo dopo pezzo, norma dopo norma, emergenza dopo emergenza.

Per questo le piazze e gli scioperi non sono folklore. Sono democrazia reale. Sono il momento in cui la società torna protagonista e smette di essere spettatrice.

Ma c’è una condizione: non ripetere gli errori del passato. Divisioni, settarismi, piccole competizioni identitarie. E soprattutto l’illusione che basti vincere le elezioni per cambiare i rapporti di forza.
Le elezioni sono un passaggio, non la soluzione. Senza una società organizzata, senza conflitto sociale, senza partecipazione reale, anche le vittorie elettorali diventano fragili e temporanee.

La vera partita, oggi, non è solo chi governa.
La vera partita è chi ha forza nella società.

E la forza, nella storia, non l’hanno mai avuta i più ricchi o i più potenti.
L’hanno avuta sempre quelli che, a un certo punto, hanno deciso di organizzarsi.

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