Il populismo dal cavaliere al generale

Da Berlusconi a Vannacci, passando per Grillo e i trattori in piazza: come l’Italia ha trasformato il populismo da promessa televisiva a identità di trincea, e perché la domanda non è se tornerà, ma in quale forma ci troveremo a farci i conti.

In questa settimana hanno tenuto banco l’intervista di Lilli Gruber al generale Vannacci e il ricordo, quasi sempre elogiativo, di Silvio Berlusconi a tre anni dalla scomparsa.

I due, politicamente, si muovono in epoche diverse ma possiamo leggere nel loro percorso una stessa chiave: il populismo italiano.

Silvio Berlusconi e Roberto Vannacci, in apparenza lontani per linguaggio, storia e temperamento, in realtà si collocano lungo lo stesso filo: quello della politica che si presenta come voce del popolo contro le élite.

Berlusconi è stato il primo grande innovatore della politica populista in Italia. Negli anni ’90, nel pieno del crollo dei partiti tradizionali, si presenta come l’imprenditore di successo contro i politici di professione, il leader capace di parlare direttamente ai cittadini. Basa il suo messaggio su una comunicazione semplice e potente amplificata dai media di sua proprietà, in un’epoca in cui la televisione commerciale, tragicamente inseguita sullo stesso terreno dalla RAI, aveva già trasformato il cittadino in telespettatore. Altro elemento centrale è il rapporto conflittuale con le istituzioni, in particolare la magistratura, spesso descritta come politicizzata e ostile, e una visione del Parlamento come ostacolo più che luogo di mediazione politica.

Nel corso degli anni, Berlusconi ha più volte promosso leggi per tutelarsi dai procedimenti giudiziari e ha denunciato un uso “politico” della giustizia, contribuendo a rafforzare una narrativa di scontro tra leader-popolo e apparati dello Stato. Salvo poi a piegarli ai propri interessi quando si è trattato di corrompere i giudici per scalare la Mondadori, costringere il Parlamento a votare che una ragazzina fosse la nipote di Mubarak, comprare senatori per ribaltare l’esito delle elezioni dopo aver tentato persino la scorciatoia dei brogli elettorali. Il suo populismo, però, restava rassicurante grazie a mirabolanti promesse: meno tasse, più libertà, più benessere.

Roberto Vannacci nasce in tutt’altro contesto, nell’epoca in cui la televisione ha perso la centralità del messaggio, sostituita dalla comunicazione social. Un terreno fertile per un populismo molto più aggressivo.

Divenuto noto nel 2023 con il libro “Il mondo al contrario” che accende un dibattito nazionale su identità, immigrazione e diritti, il suo messaggio è incentrato sulla difesa dell’identità nazionale minacciata dal multiculturalismo e dal “politicamente corretto”. Il suo è un populismo duro, identitario, polarizzante.

Due populismi che, seppur nella diversità dei toni, parlano direttamente al popolo, criticano le élite, costruiscono consenso sulla persona del leader.

La storia non si fa con i se, ma senza Berlusconi probabilmente non esisterebbe nemmeno il terreno politico su cui cresce il più radicale Vannacci.

Il Cavaliere ha inventato un modo nuovo di fare politica, il Generale lo sta trasformando. Dal populismo mediatico e ottimista, che apparentemente sfidava le élite ma restava saldamente dentro il sistema, a un populismo più duro, che mette in discussione identità, valori e istituzioni.

Due uomini, due epoche, un unico filo: la ricerca del consenso attraverso il popolo contro qualcuno.

Berlusconi ha aperto la strada, il populismo italiano è poi passato dai “vaffanculo” di Beppe Grillo, alle liste personali di sindaci e “Governatori”, alle marce dei trattori e dei gilet gialli, fino ad approdare all’estremismo di Vannacci.

La domanda quindi non è se il populismo esista ancora ma in quale forma ci accompagnerà domani e fino a che punto trasformerà il nostro “Futuro Nazionale”.

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