Groenlandia, dazi e minacce: perché l’Europa deve smettere di porgere l’altra guancia e imparare a difendere sé stessa, anche accettando una frattura temporanea dell’Occidente
C’è un errore che l’Europa continua a ripetere: scambiare la brutalità per follia. Le parole e le mosse di Donald Trump sulla Groenlandia non sono improvvisazione, né provocazioni estemporanee. Sono una strategia coerente. Fredda. Calcolata. E pericolosa.
La Groenlandia è diventata il simbolo di una verità scomoda: l’America trumpiana non è più un alleato affidabile. Quando Trump tratta un territorio europeo come fosse terra di conquista, dopo aver definito l’Europa un continente di “parassiti”, non sta esagerando. Sta dicendo esattamente cosa pensa dell’Occidente: uno spazio da indebolire, dividere, ricattare.
La reazione europea, questa volta, è stata diversa. Niente altra guancia. Niente silenzi imbarazzati. Dalla lettera firmata dai principali Paesi Ue all’invio – simbolico ma concreto – di soldati europei in Groenlandia, l’Europa ha fatto capire che qualcosa è cambiato. Anche Giorgia Meloni, spesso dipinta come ponte naturale con Washington, ha dovuto prendere atto che Trump colpisce gli interessi europei e quindi anche quelli italiani. Dazi, difesa, commercio, immigrazione: su ogni fronte l’America di Trump è un problema, non una soluzione.
La crisi non riguarda solo l’Unione europea. Tocca il cuore dell’Alleanza Atlantica. Se il principale fondatore minaccia ritorsioni economiche contro Paesi alleati per aver difeso un territorio alleato, allora l’alleanza è già in crisi. E mentre l’Occidente litiga, Russia e Cina osservano e incassano. Non a caso: una Nato divisa è il loro obiettivo strategico.
C’è un precedente storico che dovrebbe far riflettere. Giulio Andreotti ricordava come lo scioglimento del Patto di Varsavia passò quasi inosservato. Oggi il rischio è simile: l’irrilevanza progressiva delle nostre strutture comuni, se non troviamo il coraggio di agire.
Lo ha detto chiaramente Mario Draghi: l’Europa ha più nemici che mai, interni ed esterni. Ma c’è un passaggio ulteriore, ancora più scomodo. Difendere l’interesse europeo significa accettare che l’America di Trump non sia più un partner affidabile, né sul piano commerciale né su quello della sicurezza. E significa mettere in conto una frattura temporanea dell’Occidente per salvarne i valori di lungo periodo.
Anche sul piano economico la lezione è chiara. I dazi punitivi non sono un incidente diplomatico, ma uno strumento di pressione politica. Lorenzo Bini Smaghi lo dice senza giri di parole: concedere oggi nella speranza di essere trattati meglio domani non funziona. È appeasement. E l’appeasement, storicamente, non ha mai fermato chi usa la forza come linguaggio.
Il punto, allora, è politico e persino psicologico. L’Europa deve emanciparsi dalla dipendenza culturale, economica e mentale dagli Stati Uniti. Deve rafforzare la propria autonomia strategica. E deve accettare una verità difficile: per restare fedele a sé stessa, l’Europa potrebbe dover imparare, almeno per un tratto, a marciare divisa. Non per distruggere l’Occidente. Ma per salvarlo.



