Mentre a Monaco i leader europei si smarcano da Trump e discutono di difesa comune, la premier italiana sceglie Addis Abeba e aderisce – da “osservatrice” – al controverso Board of Peace. Una scelta che solleva dubbi politici, “costituzionali” e strategici.
C’è un’assenza che pesa più di molte presenze. Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, mentre i principali Paesi europei prendevano posizione contro le ambiguità trumpiane e ragionavano su una difesa comune finalmente più autonoma, l’Italia non c’era. O meglio: non c’era la sua presidente del Consiglio.
Giorgia Meloni era ad Addis Abeba, ospite del vertice dell’Unione Africana. Una scelta legittima, certo. Ma politicamente eloquente. Perché proprio a Monaco si è consumato uno dei passaggi più delicati per il futuro dell’Europa: il rapporto con gli Stati Uniti di Donald Trump e la tenuta dell’alleanza atlantica.
Non solo. Quando il cancelliere tedesco Friedrich Merz – leader di centrodestra, non certo un rivoluzionario progressista – ha criticato apertamente la cultura politica MAGA, Meloni ha preso immediatamente le distanze da Merz. Un cortocircuito evidente: due leader conservatori, ma divisi sull’idea di Europa e sul confine tra sovranismo e responsabilità continentale.
E mentre l’Europa discuteva di difesa comune, autonomia strategica e sicurezza condivisa, da Addis Abeba arrivava un annuncio destinato a far discutere: l’Italia parteciperà al “Board of Peace”, il club voluto da Trump. Non come membro effettivo, ma come “Paese osservatore”.
Un compromesso? Forse. Un tecnicismo? Sicuramente.
Il “Board of Peace”, presentato al World Economic Forum di Davos, nasce formalmente per gestire la ricostruzione di Gaza. Ma la sua architettura racconta altro: presidenza permanente in capo a Trump, poteri sbilanciati, possibilità di ammettere o espellere membri, tassa di ingresso. Più club privato che organismo multilaterale. Più vetrina geopolitica che alternativa credibile all’Onu.
L’articolo 11 della Costituzione italiana parla chiaro: l’Italia può aderire a organizzazioni internazionali solo “in condizioni di parità con gli altri Stati” e per garantire pace e giustizia tra le nazioni. Nel Board trumpiano, però, la parità non è prevista. E allora ecco la magia: esserci, ma senza esserci davvero. Partecipare, ma solo come osservatori.
Il punto, però, non è formale. È politico.
Che senso ha sedersi – anche solo in platea – in un organismo che molti osservatori considerano un tentativo di scavalcare le Nazioni Unite? Che messaggio manda l’Italia mentre Francia, Germania e altri partner europei scelgono la prudenza se non il rifiuto? Infatti dei 24 membri che lo compongono (Stati Uniti, Albania, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Egitto, Ungheria, Indonesia, Israele, Giordania, Kazakistan, Kosovo, Kuwait, Monaco, Marocco, Pakistan, Paraguay, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan, Vietnam), ci sono solo due Paesi europei Ungheria e Albania
Intanto, sul terreno, la “pace” evocata nel nome del Board resta un miraggio. A Gaza la violenza non si è dissolta per decreto social. Hamas non si è sciolta. Israele non ha cambiato strategia. E si continua a morire.
L’idea che un organismo guidato unilateralmente possa imporre stabilità appare, ad oggi, più una scommessa personale che un progetto condiviso.
La domanda allora è semplice: l’Italia vuole stare nel cuore dell’Europa che decide o ai margini di un tavolo che osserva? Perché in geopolitica non esistono spazi neutri. Anche quando ti definisci “osservatore”, stai comunque scegliendo da che parte guardare.



