Il voto che non c’è. E la politica che non ascolta

Da settimane, nelle piazze e nelle strade, si avverte un silenzio strano. Non è disinteresse, è disillusione. Ma se la politica tornasse ad ascoltare, forse quel silenzio potrebbe diventare voce.

Da qualche settimana sono tornato a fare campagna elettorale, innanzitutto perché credo che in questo momento sia quasi un dovere per chi crede nella politica e per chi ha avuto, anche se in un passato remoto, responsabilità di direzione, militando sempre dalla stessa parte.
Conta anche per chi fare campagna elettorale, certo, ma da questo punto di vista ho la fortuna di sostenere con convinzione politica, affetto e stima sinceri due cari amici che, pur di generazioni e di formazione diverse, incarnano a pieno la mia idea di “servizio” e di “ascolto”.

Questa volta la campagna elettorale non mi restituisce le medesime sensazioni di un tempo. Anzi, colgo sempre più spesso, ahimè, un misto di vuoto e rassegnazione.
Sto riscontrando poca consapevolezza, scarsa informazione e, soprattutto, una sfiducia che taglia l’aria come un vento freddo. Sono diverse le persone che mi confessano che non andranno a votare. Alcune con amarezza, altre con indifferenza, altre ancora con ironia amara.
Spesso nemmeno la presenza del candidato locale o la richiesta diretta di un voto da una persona che stimano riesce a invertire questa tendenza. È una sfiducia sedimentata, non un umore passeggero.
Un’apatia che sembra inarrestabile, ma non per forza inevitabile. Perché dietro la disillusione non c’è solo stanchezza: c’è la sensazione, più o meno consapevole, che la politica non serva più a niente.
E quando la politica smette di servire le persone, le persone smettono di occuparsi di politica.
Lo sforzo maggiore, in questi giorni, è stato proprio provare a far cambiare idea a qualcuno. Spero, sinceramente, di esserci riuscito in qualche caso.

È del tutto evidente che le motivazioni di questo allontanamento non sono campate in aria, anzi.
In Campania, ad esempio, il problema non è solo l’indifferenza dei cittadini, ma la debolezza della proposta politica.

Le candidature alla presidenza sono fragili, prive di carisma, incapaci di delineare un progetto chiaro. Manca una visione, manca un racconto.
Molti “leader” di partito hanno affidato la campagna ai social, come se un reel potesse sostituire un comizio, come se un tweet potesse valere un incontro in piazza.
Rilanciano compulsivamente slogan, meme, sondaggi farlocchi, “remuntade” immaginarie. Parlano di tutto, tranne che di ciò che una Regione può davvero fare: sanità, trasporti, lavoro, ambiente, futuro.
È la bulimia della comunicazione che si mangia il senso della politica.

In mezzo a tutto questo, il personale politico è sempre più evanescente, improvvisato, inadeguato.
Salvo rare eccezioni, mancano figure credibili, riconoscibili, radicate, competenti.
Si avverte un distacco profondo: la gente non si sente più rappresentata perché la politica non sa più rappresentare.
E allora succede che gli elettori disillusi, già demotivati, si sentano anche presi in giro.
È un sentimento diffuso, trasversale, che non ha colore politico: una stanchezza che scava sotto la superficie, mina la fiducia e alla fine esplode nel gesto più semplice e radicale di tutti — non votare.

Ma attenzione: il non voto non è solo un gesto di disinteresse. È una forma di dissenso. È il modo con cui milioni di persone dicono “non mi riconosco più in questo sistema”. E quando la metà di un Paese smette di votare, la democrazia non è più solo fragile: è mutilata.

Eppure, non tutto è perduto.
Senza un reale coinvolgimento dal basso è difficile immaginare una svolta, ma il cambiamento può cominciare proprio da lì.
Se i partiti — soprattutto quelli che si dicono eredi di una storia di valori e militanza — hanno smesso di ascoltare, è ora di tornare ad aprire le porte.
Perché quando un partito diventa un ufficio di collocamento e taglia ogni rapporto con il territorio, non è più uno strumento di democrazia: è una casta che si autoprotegge.

In questo deserto, resistono solo i sindaci, i consiglieri comunali, gli amministratori che hanno a che fare ogni giorno con le persone in carne e ossa.
Sono loro gli ultimi argini di un sistema che rischia di rappresentare sempre meno la realtà e sempre più sé stesso.

Per questo, guardare altrove può essere utile.
In questi giorni, molti dirigenti della sinistra hanno festeggiato (come se fosse loro) la vittoria di Zohran Mamdani a New York, ma pochi hanno capito davvero cosa rappresenti quel successo.
Il cosiddetto “modello Mamdani” non è stato una trovata di marketing: è stato un capolavoro di partecipazione civica.
Novantamila volontari, coordinati da veterani del Democratic Socialists of America, hanno bussato porta per porta, ascoltato, parlato, convinto.
Niente consulenti milionari, niente lobby, niente slogan vuoti. Solo persone comuni che hanno deciso di rimettersi in cammino, insieme.

Per Mamdani, la campagna non era solo una corsa per i voti, ma un progetto di ricostruzione democratica.
Un modo per restituire alla politica il suo significato originario: la costruzione di una comunità.
In un’epoca in cui la comunicazione politica è fatta di spot di dieci secondi e battaglie da tastiera, quel movimento umano è sembrato quasi sovversivo.
E infatti lo era.

Il messaggio che lo ha unito era semplice, quasi elementare: la politica non è uno spettacolo, è un atto di comunità.
E quando Mamdani abbracciava un tassista in sciopero o ascoltava una madre sfrattata, non stava recitando empatia: la incarnava.
Quella sincerità, quella presenza fisica e morale, ha riacceso la speranza.

Forse è questo il punto da cui ripartire anche qui, in Italia: rimettere le persone al centro, prima ancora delle strategie e delle sigle.
Perché la democrazia non si ricostruisce con un algoritmo, ma con una stretta di mano.
E se vogliamo che torni la voglia di votare, dobbiamo tornare a far sentire che ogni voto, ogni voce, ogni persona — conta davvero.

Anche per questo, con più consapevolezza e meno illusioni, ho deciso di tornare in campo.
Non per nostalgia, ma per necessità.
Perché la politica, quella vera, si fa ancora guardandosi negli occhi — e camminando insieme.

Ci vediamo sul campo, e dalla stessa parte.

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