Il generale è servito

Dai grillini che avevano “abolito la povertà” a Capitan Salvini, fino alla rassicurante Giorgia: il generale non è un’anomalia, ma l’esito perfettamente logico di otto anni in cui abbiamo premiato chi semplifica tutto e punito chi provava a governare sul serio.

Vedo che Vannacci sta mettendo parecchia ansia in giro. A me, sinceramente, neanche un po’. Anzi, per certi versi lo stavo aspettando. È il prodotto finale di otto anni di populismo sgangherato, di slogan, e semplificazioni varie. Un’evoluzione perfettamente coerente.

Quando nel 2018 finì il quinquennio Letta-Renzi-Gentiloni, tra cori di giubilo e festeggiamenti vari, provai a spiegare a qualche solone che oggi come allora continua a non capirci molto, che all’orizzonte non si vedevano né De Gasperi, né Berlinguer, né Pertini. Stavano arrivando, invece, un’allegra compagnia di populisti per la serie “cumm o buò accussì to dong”.

Si era già aperta l’epoca dei mitici grillini, quelli che vi avevano “imporpato” di promesse meravigliose. Avrebbero fatto politica a gratis, restituito tutto, rinunciato ai privilegi, a momenti vi avrebbero mandato anche il vaglia a casa. Poi si scoprì che tra stipendi, rimborsi, indennità e benefit vari, a Roma non se la passavano tanto male. Ma erano dettagli. E gli italiani, quando si innamorano di una favola, difficilmente stanno lì a controllare i conti.

Avete portato Di Battista e Di Maio in trionfo. E loro, consapevoli di avere a che fare con un Paese di stupidi (in questo bravissimi!), arrivarono persino a spiegarvi che avevano abolito la povertà. Una delle più grandi performance comiche della storia repubblicana.

Poi è arrivato il turno di Capitan Salvini. Lo abbiamo portato al 28%, gli abbiamo fatto prendere il 15% persino al Sud e ci siamo regalati il governo Conte-Salvini, il sogno “erotico” di ogni populista italiano.

E lì raggiungemmo vette straordinarie. Perché, al netto delle promesse e delle dirette Facebook, si distinsero soprattutto per aver lasciato una nave piena di poveri disgraziati in mezzo al mare. Lo so, questa cosa provoca sempre qualche dolore al cuore perché quella nave in mezzo al mare non ce la lasciò solo Salvini: ce la lasciò anche il professor Conte, quello che oggi viene dipinto come il leader progressista per eccellenza e che, all’epoca, non sembrava particolarmente turbato dalla situazione. Del resto, Conte ha dimostrato nel corso della sua carriera una qualità rara: la capacità di governare con chiunque. Con la destra, con la sinistra, con il centro, con chi passa da quelle parti. Un talento istituzionale notevole.

Ma non contenti, avete voluto mitigare un po’ i toni e vi siete affidati alla più rassicurante Giorgia. Una ragazza energica, battagliera, con la promessa facile: stop alle accise, pensioni minime a 1.000 euro, commissioni bancarie eliminate, blocco navale, miracoli assortiti. Un catalogo delle meraviglie.

E allora perché stupirsi di Vannacci? In fondo, cosa avrà mai detto? Che il femminicidio non esiste? Che gli omosessuali non sarebbero normali? Che alcune categorie di persone sarebbero meno italiane di altre? Roba da niente. Sciocchezzuole. Dettagli.

Dopo anni passati a premiare chi semplifica tutto, chi dice tutto per non dire niente, Vannacci è il naturale punto di arrivo del percorso. È semplicemente il passaggio successivo di questa lunga storia. Però non vorrei essere frainteso.

La colpa non è di Conte. Non è di Salvini. Non è della Meloni. E non sarà nemmeno di Vannacci. La colpa è di quei tre sciagurati che avevano governato prima. Pensate che disastro: hanno introdotto il 730 precompilato, la fatturazione elettronica, le unioni civili, Industria 4.0, la Carta Docente, gli 80 euro, il Reddito di Inclusione, investito miliardi nella cultura e cercato di modernizzare un Paese che da decenni si lamentava di essere fermo. Errori gravissimi. Giusto che siano stati puniti.

Questo splendido Paese, evidentemente, non aveva bisogno di riforme. Aveva bisogno di eroi. Di uomini forti. Di gente che parla alla pancia e non alla testa. Perciò non perdetevi d’animo. Continuate così. Portate anche il generale al 28%. Facciamone il Braveheart italiano, l’ennesimo salvatore della patria.

Poi, quando tra qualche anno arriverà qualcuno ancora più arrabbiato, ancora più semplice, ancora più radicale (io aggiungo “un poco più scemo), potremo sempre fare quello che abbiamo fatto negli ultimi 8 anni: stupirci, indignarci e chiederci come sia stato possibile arrivare fin qui.

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