Giuseppe Vicedomini, sindacalista e sindaco socialista di Nocera Inferiore, incontrò quella data due volte: nel 1907, fondando un giornale operaio, e nel 1925, partendo in esilio per non cedere al fascismo. La sua storia, rimasta nell’ombra per decenni, torna oggi in un libro di prossima pubblicazione per rimediare.
C’è una data che attraversa la vita di Giuseppe Vicedomini come un filo che non si spezza mai del tutto: il 25 aprile. Non quella del 1945, la più celebre, quella che ogni anno ricordiamo come Festa della Liberazione, ma altre due, più silenziose, che la anticipano con una precisione quasi beffarda. Una è una mattina di primavera del 1907, con una sala piena di operai e la voglia di cambiare il mondo. L’altra è una partenza, nel 1925, con una valigia e un passaporto firmato dalla stessa polizia che lo sorvegliava.
È la storia di un uomo che Nocera Inferiore ha dimenticato troppo in fretta, e che noi, dopo mesi di ricerche negli archivi, abbiamo cercato di restituire alla memoria collettiva. Il libro che abbiamo scritto è in stampa. Lo presenteremo presto. Ma in questo 25 aprile ci sembrava giusto raccontarlo, almeno in parte, partendo proprio da quella data.
Una scintilla, il 25 aprile 1907
Nocera Inferiore, 25 aprile 1907. In una sala che si può immaginare piena di fumo, di voci e di quella tensione propria delle cose che si fanno per la prima volta, Giuseppe Vicedomini apre il primo congresso socialista della provincia di Salerno. Ci sono quasi tutte le sezioni operaie del territorio. Mancano soltanto i ferrovieri di Salerno e i vetrai di Vietri, assenti per un disguido postale, ma Vicedomini non ne fa un dramma: “Siamo certi che non ci mancherà la loro adesione”, scriverà due giorni dopo sull’Avanti!
Quel congresso è un salto di qualità nella sua vita. Da dirigente sindacale di una sola città, diventa punto di riferimento politico per un’intera provincia. E tra le cose che si decidono quel giorno, c’è la fondazione di un giornale. Avrebbe dovuto chiamarsi La Riscossa. Ma Vicedomini, nel luglio successivo, sceglie un nome diverso: La Favilla.
Una scintilla, appunto. L’immagine dice tutto del personaggio: non la rivoluzione immediata, non la fiamma alta e spettacolare, ma qualcosa di più paziente e più vero. Una luce piccola che può accenderne altre. Il giornale uscirà ogni settimana per quasi sette anni, occupandosi di lotte sindacali, di elezioni, di cultura operaia. In un territorio dove la classe lavoratrice aveva pochi strumenti di formazione, La Favilla fu anche questo: una scuola.
La fuga, il 25 aprile 1925
Diciotto anni dopo, quella stessa data porta con sé un peso completamente diverso. Il fascismo ha preso il potere da tre anni. Vicedomini è già stato sindaco socialista di Nocera, il primo nella storia della città, ed è già stato costretto a lasciare l’Italia una volta. Ora ci prova di nuovo.
Il 7 maggio 1925, un dispaccio della Prefettura di Salerno al Ministero degli Interni annota, con il tono burocratico e anonimo di chi sorveglia: “Il 25 aprile u.s. il Vicedomini è partito da Nocera Inferiore, dove aveva fatto ritorno da Londra, diretto alla Svizzera a scopo di commercio.” Il passaporto glielo aveva firmato la Questura il 14 aprile. “A scopo di commercio”: un’annotazione che suona quasi come una beffa.
In realtà Vicedomini va a Zurigo per continuare a fare quello che ha sempre fatto: scrivere, organizzare, tenere viva la resistenza al regime. Nella città svizzera operava il Ristorante Cooperativo italiano, il Coopi, che era diventato un punto di riferimento per i fuorusciti antifascisti di tutta Europa. Vi passavano Turati, Nenni, Silone. Matteotti aveva collaborato a lungo con il suo giornale. Nella sua tipografia si stampava l’Avanti! in clandestinità. Lenin vi aveva consumato un pasto prima di ripartire per San Pietroburgo.
Da Zurigo, pochi giorni dopo essere arrivato, Vicedomini pubblica sull’Avvenire del Lavoratore un articolo intitolato Parricidio: un atto d’accusa senza firma contro la monarchia e le sue responsabilità nell’ascesa del fascismo. La risposta del regime sono minacce di morte, riprodotte da tutta la stampa fascista. Le minacce, racconta lui stesso molti anni dopo, vengono consumate a Parigi contro un giovane avvocato, Clerici, sospettato di essere l’autore dell’articolo, dopo che i sospetti erano stati stornati da Francesco Saverio Nitti, l’ex Presidente del Consiglio in esilio, con cui Vicedomini si incontrava due o tre volte a settimana a Zurigo. Vicedomini porta con sé quel peso per tutta la vita.
Il ritorno: i marmi al loro posto
Con la caduta del fascismo, il 18 settembre 1944, con decreto prefettizio, viene nominato Sindaco Straordinario di Nocera Inferiore. È l’ultimo sindaco democraticamente eletto prima del regime, e la scelta è deliberatamente simbolica: un filo di continuità democratica teso attraverso vent’anni di buio.
Uno dei suoi primi atti racconta molto di chi è. Dà disposizione di cercare nei depositi comunali le lapidi con i suoi versi che i fascisti avevano fatto rimuovere dalle mura del cimitero nel 1923. Le trovano: macchiate, danneggiate. Le fa rimettere al loro posto. Su una di esse fa aggiungere una frase, semplice e definitiva: “Questi marmi, che mano sacrilega tolse nel 1923, tornano al loro posto nel 1944.”
Non è un gesto di rivalsa. È un gesto di memoria. Vicedomini sapeva, lo aveva imparato a sue spese, che le storie possono sparire, che le persone possono essere dimenticate, che i marmi si possono rimuovere. E sapeva che rimettere le cose al loro posto, quando se ne ha la possibilità, è un dovere.
Il 4 aprile 1945, pochi giorni prima della fine della guerra, firma un altro atto simbolico: fa assumere come dipendente comunale Emilia Buonacosa, militante anarchica e antifascista confinata a Ventotene per tre anni. Una riparazione morale, prima ancora che amministrativa.
L’ombra dopo la luce
Eppure, la storia di Vicedomini non finisce con un trionfo. Finisce, semmai, con una delle pagine più amare che la politica locale possa offrire. Appena caduto il fascismo, le calunnie contro di lui cominciano a circolare, propagate, come scrive Isaia Sales nella prefazione al nostro libro, da chi temeva il suo ritorno sulla scena politica. Era l’uomo più autorevole e popolare che Nocera potesse offrire alle istituzioni democratiche nascenti. Nessuno aveva combattuto il fascismo con più coerenza e a più caro prezzo.
Ma altri, quelli che durante il ventennio non avevano alzato la voce, diventarono antifascisti solo dopo la sconfitta, e si presero tutti i vantaggi. Vicedomini si dimette da Sindaco nel settembre del 1945, dopo appena un anno. Trova una città che non riconosce più: la miseria del dopoguerra aveva consumato la solidarietà, il contrabbando aveva creato nuovi ricchi, la politica si riempiva di volti nuovi con storie vecchissime. Si ritira. Paga la sua coerenza con una vita appartata e piena di rinunce.
Il libro: anni di ricerca, un debito da saldare
È per restituire questa storia, per saldare un debito che Nocera aveva con la propria memoria, che abbiamo lavorato per mesi agli archivi, tra documenti prefettizi, corrispondenze private, articoli di giornale dell’epoca e testimonianze di familiari.
Il risultato è un libro che uscirà nelle prossime settimane per Edizioni dell’Ippogrifo, con la prefazione di Isaia Sales. Si intitola Giuseppe Vicedomini. La straordinaria vicenda umana e politica di un socialista esemplare, e racconta, con rigore documentario ma con il respiro di una storia vera, settant’anni di lotte operaie, esili, minacce, ritorni, ingratitudini e grandezza civile.
La data della presentazione pubblica sarà comunicata a breve. Nel frattempo, in questo 25 aprile, ci sembrava giusto rompere il silenzio e ricominciare a raccontare.
Salvatore Forte e Angelo Verrillo sono autori di Giuseppe Vicedomini. La straordinaria vicenda umana e politica di un socialista esemplare, Edizioni dell’Ippogrifo, in uscita.



