Forza e diritti: le democrazie alla prova

Quando smetti di porti limiti, smetti di essere una democrazia. Ma lo chiami ancora così ed è lì che sta il pericolo.


Ogni volta che uno Stato che si definisce democratico usa la forza, la difesa scatta automatica:“Non si possono paragonare le democrazie ai regimi autoritari.”

È una frase comoda. Ripetuta fino allo sfinimento.Ed è anche il modo più semplice per non entrare nel merito:perché il punto è quello che fai mentre continui a chiamarti democrazia.

Dal Vietnam ad Abu Ghraib, dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania, la storia recente è piena di esempi di democrazie “muscolari”. In questi casi,tutte le democrazie, quando vengono criticate, rispondono allo stesso modo:“noi siamo diversi”.

Diversi dai regimi ,diversi dagli autoritarismi, “Diversi da loro” per citare i Maneskin. Ma questa differenza dovrebbe vedersi nei comportamenti, non nelle dichiarazioni. E non basta, per definirsi democrazia, che vi siano elezioni più o meno libere: in Israle si vota ma anche nella Russia di Putin si vota.

Se usi la forza contro civili disarmati, non sei “diverso”. Se reprimi il dissenso perché scomodo, non sei “diverso”. Se il diritto internazionale “vale fino a un certo punto ” perché intralcia i tuoi interessi, non sei “diverso”. Stai solo facendo le stesse cose con un linguaggio più elegante.

Nell’era dell’ informazione H24 le democrazie non crollano improvvisamente,si degradano un abuso alla volta, una giustificazione alla volta fino a quando non c’è più bisogno di giustificare nulla. Quando un cittadino disarmato diventa una “minaccia” solo perché si trova dalla parte sbagliata del confine, allora la verità è evidente: il diritto non è più universale.

Ancora più grave della violazione è la reazione: il silenzio delle altre democrazie. Nel caso di Israele le democrazie occidentali non ignorano ciò che accade ma lo pesano e poi scelgono come parlare o se tacere. Si accetta in tal modo il concetto che esistano violazioni accettabili,che ci siano regole valide per alcuni e sospese per altri.

Definire uno Stato “l’unica democrazia della regione” oggi non è più una descrizione, è il lasciapassare alle peggiori violazioni dei diritti umani. C’è un punto preciso, anche se spesso invisibile, in cui una democrazia smette di essere tale e non è neppure quando usa la forza ma quando smette di porsi limiti,quando decide che, in certe situazioni, i principi possono essere sospesi e diritti diventano negoziabili. Da quel momento non esistono più diritti,esistono solo concessioni. E questo non accade solo in Israele.

Anche nella nostra Europa, anche in Italia, assistiamo a una legiferazione sempre più panpenalistica verso il dissenso: chi manifesta diventa “problema”, chi contesta diventa “nemico”. In quel momento non si sta più difendendo la democrazia,ma il potere: esattamente ciò che fanno i regimi.

In definitiva una democrazia può diventare autoritaria e il fatto che continui a definirsi democrazia la rende solo più difficile da riconoscere ma non meno pericolosa delle dittature. Non ci sarà mai un giorno in cui qualcuno annuncerà: “la democrazia è finita”, ma finirà quando ai diritti si sostituiranno i privilegi concessi dal potere.

E a quel punto la domanda non è più se siamo ancora in una democrazia,ma quanto siamo disposti a fingere che lo sia ancora.

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