Dal trionfo dell’edonismo all’eutanasia come risposta alla fragilità: cosa ci insegna oggi la visione pasoliniana tra omologazione, solitudine, alienazione e crisi della modernità.
Pasolini indicava il nostro tempo come quello della civiltà dei consumi. Quella civiltà che egli, a più riprese, faceva coincidere con il trionfo del materialismo, del consumismo e dell’edonismo, e che – secondo la sua visione – ci avrebbe condotto, in ultima analisi, all’alienazione più totale.
Quella civiltà, secondo il più grande intellettuale del secolo scorso – e forse di sempre – ha condotto il nostro splendido Paese all’omologazione ai modelli di massa e all’annullamento di ogni sua peculiarità.
Addirittura, in diversi saggi, Pasolini ha fatto riferimento alla “tristezza” che scorgeva negli occhi dei giovani, una tristezza che non ritrovava negli occhi di Gennariello, il bambino napoletano immaginato come depositario degli ultimi elementi di autenticità.
Cosa ancora più importante, si dichiarò contrario all’introduzione della legge sull’aborto.
Mai visione fu più lucida e vagamente “profetica”.
La visione pasoliniana e il suo vero e proprio “vaticinio”, pur nella sua chiarezza nel predire i tempi a venire, giammai si sarebbe spinta a immaginare un’epoca in cui gli uomini, pur dopo aver trionfato nella battaglia volta a sopprimere la vita nella sua forma più indifesa attraverso l’aborto, si concentrassero su un altro aspetto della debolezza umana: la paura della solitudine, della vecchiaia e della morte.
In ultima analisi, la battaglia finale in cui l’uomo si autodetermina completamente e si fa Dio.
Tale battaglia non rappresenta altro che la più grande impostura: immaginare che l’uomo, con il solo suo intelletto e con la comprensione limitata di ciò che lo circonda, possa scegliere liberamente la durata della propria vita e il momento in cui metterle fine.
È di stretta attualità il caso delle gemelle Kessler, le quali, entrambe e insieme, hanno fatto ricorso al suicidio assistito. Dalla cronaca di questi giorni, pare che una delle due fosse depressa e l’altra non riuscisse ad accettare l’idea di sopravvivere alla sorella. Avevano entrambe 89 anni.
Nella società post-moderna, post-ideologica e finanche post-Dio, ci si chiede: è lecito che progresso e alienazione ci abbiano condotto a lottare per la conquista del “diritto alla morte”?
A parere di chi scrive: no.
Al contrario, vanno potenziate le politiche e gli strumenti di sostegno e accompagnamento alla terza età, ormai parte sempre più ampia della società occidentale.
Tutto ciò introduce inoltre un’altra problematica, tutta giuridica:
quanto è autentico, e non viziato, il consenso di un uomo che soffre e che proprio per tale sofferenza decide di mettere fine alla propria vita?



