Da Davos a Gaza, tra miliardi di dollari, presidenze a vita e regimi autoritari: il “Board of Peace” voluto da Donald Trump è molto più di un progetto di ricostruzione. E la scelta dell’Italia di partecipare, anche solo come “osservatore”, apre un caso politico e morale che non può essere ignorato.
Il 21 gennaio il governo italiano era stato chiaro: niente adesione. Il 7 febbraio il ministro degli Esteri ribadiva che l’Articolo 11 della Costituzione rendeva “insormontabile” qualsiasi partecipazione. Poi, all’improvviso, la svolta. L’Italia entrerà nel Board of Peace come “osservatore”. Una figura che, nello statuto, semplicemente non esiste.
Ma cos’è davvero questo Board of Peace?
Fondato improvvisamente il 22 gennaio 2026 a Davos da Donald Trump, avrebbe dovuto occuparsi della ricostruzione di Gaza con un mandato limitato e sotto supervisione ONU. Ma lo statuto racconta un’altra storia.
Al centro c’è Trump. Presidente a vita, senza limiti di mandato. Con potere di veto su tutto. Può invitare nuovi Paesi, sciogliere organi interni, rimuovere membri. Per cacciarlo serve l’unanimità di un comitato esecutivo che lui stesso ha nominato.
E per entrare come membro permanente? Un miliardo di dollari. Chi non paga resta tre anni, rinnovabili a discrezione del presidente. È un club a pagamento, con un uomo solo al comando.
Nel comitato esecutivo siedono figure come Marco Rubio, Jared Kushner, Tony Blair e il finanziere Marc Rowan. Intanto i palestinesi non hanno rappresentanza.
Lo statuto non cita Gaza. Non menziona il conflitto israelo-palestinese. Nessun riferimento al diritto internazionale o ai diritti umani. Si definisce “organizzazione globale permanente”, con ambizioni che spaziano dall’Ucraina al Venezuela.
E chi siede tra i membri fondatori? Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Bielorussia, Ungheria, Azerbaigian. Un elenco che Human Rights Watch ha definito “un club di abusatori dei diritti umani”. Il Financial Times parla di “nascente club di autocrati”.
Le grandi democrazie hanno detto no. Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Svezia. Dopo il rifiuto francese, Trump ha minacciato dazi del 200% su vino e champagne. Questo è il clima.
E l’Italia? Decide di sedersi. Non come membro, certo. Ma la sostanza non cambia. Perché anche solo esserci significa legittimare un’operazione opaca, costruita sulle macerie di Gaza e trasformata in vetrina finanziaria.
La pace non si compra con un miliardo. Non si governa con un presidente a vita. E non si costruisce escludendo proprio chi quella guerra l’ha subita.
L’Italia deve scegliere da che parte stare: dalla parte del diritto internazionale o dalla parte di un club privato travestito da missione umanitaria.



