Ogni fine d’anno porta con sé una tentazione: archiviare in fretta, voltare pagina, fingere che basti cambiare calendario per cambiare le cose.
Ma questo è stato un anno che chiede qualcosa di diverso: di essere guardato in faccia.
È stato un anno duro, politicamente e moralmente.
(Ed emotivamente, ma abbiamo spalle larghe e cuore forte).
Non tanto per i singoli eventi, quanto per il clima che si è consolidato: un’aria più pesante, più cinica, più povera di parole giuste.
Un anno in cui la politica ha spesso rinunciato a spiegare, preferendo semplificare; a costruire, preferendo dividere; a prendersi responsabilità, preferendo cercare colpevoli.
Abbiamo visto crescere l’astensione, la rassegnazione, la sfiducia.
Abbiamo visto la memoria diventare fastidio, l’antifascismo ridotto a rituale o bersaglio polemico, il territorio trattato come sfondo e non come comunità viva.
E abbiamo visto l’abitudine all’ingiusto, la normalizzazione di ciò che fino a poco tempo fa avrebbe indignato.
Ma questo è stato anche un anno in cui, lontano dai riflettori, qualcosa ha continuato a muoversi.
Nelle associazioni, nelle parrocchie, nelle ONG, nelle scuole, nei gruppi informali, nelle esperienze civiche che non fanno rumore ma tengono insieme i pezzi.
Un anno in cui la memoria non è stata solo commemorazione, ma ricerca, racconto, incontro.
Un anno in cui la solidarietà non è rimasta una parola, ma un gesto quotidiano, spesso silenzioso, capace di tenere insieme le fragilità.
Un anno in cui il territorio ha parlato attraverso storie dimenticate, volti rimossi, domande ancora aperte.
Da qui bisogna ripartire.
Il bilancio, allora, non può essere né autoassolutorio né disperato.
Deve essere onesto.
Politicamente, questo anno ci ha ricordato che non esistono scorciatoie indolori.
La democrazia si indebolisce quando la partecipazione diventa opzionale.
Il cambiamento si svuota quando il conflitto viene rimosso invece che governato.
E il riformismo perde senso quando rinuncia al pensiero critico in nome dell’adattamento.
Moralmente, questo anno ci ha lasciato una domanda aperta, non una certezza:
quanto siamo disposti a tollerare, ad accettare, a normalizzare, pur di non complicarci la vita?
È lì, in quella zona grigia, che si misura davvero la qualità di una comunità.
L’auspicio per il nuovo anno, allora, non può essere generico.
Non basta “andrà meglio”.
Serve qualcosa di più preciso, e anche più esigente.
Che il nuovo anno sia un anno di parole pesate, non urlate.
Di scelte motivate, non improvvisate.
Di memoria vissuta, non strumentalizzata.
Di solidarietà praticata, non evocata.
Di una politica che torni a essere cura del legame, non gestione del consenso.
Che sia un anno in cui si ricominci a distinguere:
tra critica e cinismo,
tra riformismo e adattamento,
tra solidarietà e indifferenza,
tra identità e chiusura.
E soprattutto, che sia un anno in cui si abbia il coraggio di fare una cosa controcorrente:
restare, quando sarebbe più facile andarsene;
costruire, quando sarebbe più comodo commentare;
unire, quando dividere porta più applausi.
Non è un augurio ingenuo, è un impegno.
Perché il tempo che viene non chiede ottimismo, chiede responsabilità.



