La domanda non è più “perché la gente non vota?”. La domanda vera è: che cosa siamo disposti a fare, tutti insieme, per restituire senso alla partecipazione? Serve l’energia di chi abita i quartieri, la voce dei giovani, l’esperienza delle famiglie, la competenza delle scuole, la disponibilità delle istituzioni. Serve la comunità. Serve ognuno di noi.
Le regionali si sono chiuse da una settimana. In Campania e Puglia il cosiddetto “campo largo” brinda, in Veneto il centrodestra passeggia. Ma il vero vincitore non indossa simboli né colori: è il partito dell’astensione, sempre più grande, sempre più ingombrante.
I numeri parlano da soli: Campania al 44,10%, Puglia al 41,83%, Veneto al 44,65%. Tutti in caduta libera rispetto all’ultima tornata.
E nelle conferenze stampa? Silenzio. Sui giornali una riga, un commento frettoloso e poi via con i soliti titoli su vittorie storiche, polemiche e retroscena.
Curioso, perché appena un mese fa – soprattutto a sinistra – ci si esaltava per New York, dove Mamdani aveva raddoppiato l’affluenza. Quando serve, l’astensione è un allarme democratico. Quando disturba, sparisce dall’agenda politica. Nemmeno un’ombra di autocritica, una proposta, nulla.
Il punto è semplice e drammatico: dal 2021 la partecipazione crolla senza sosta. Non è pigrizia, è sfiducia. È la sensazione che la politica sia diventata un ring di risentimenti senza un’idea di futuro. Una macchina stanca che continua a girare, ma a vuoto.
Gramsci lo aveva capito: la crisi arriva quando il vecchio muore e il nuovo non riesce a nascere. E noi siamo esattamente lì, nel mezzo della nebbia. Gli italiani hanno provato tutto: il PD “nuovista” di Renzi, la Lega muscolare di Salvini, il “vaffa” di Grillo, la destra patriottica di Meloni. Cambiano leader, slogan, linguaggi. Non cambia il risultato: quando la politica smette di essere percepita come utile, la democrazia si inaridisce.
Durante la campagna elettorale la domanda che rimbalzava ovunque era una coltellata: “Perché dovrei votare, se non cambia niente?”. Sembra una battuta da Gattopardo, invece è un grido soffocato. È la resa di chi ha perso fiducia persino nel gesto più semplice: mettere una scheda nell’urna.
E qui tornano parole che dovremmo trattare come pietre: la sovranità “appartiene al popolo” non è una formula da manuale, ma una promessa. Mortati lo scrisse chiaramente: senza popolo non c’è Stato, non c’è politica, non c’è democrazia. Se metà del Paese rinuncia a decidere, la democrazia resta un guscio elegante, ma vuoto.
La lezione più scomoda è quella di don Lorenzo Milani. Per lui la democrazia non era contare voti, ma creare le condizioni perché tutti potessero capire, discutere, partecipare. Una democrazia che lascia ai margini milioni di esclusi, disillusi e non rappresentati tradisce se stessa. Prima ancora dei suoi principi.
Invertire la spirale dell’astensionismo significa riconnettere cittadini e istituzioni, quartieri e Comune, giovani e politica, decisioni pubbliche e vita quotidiana.
Bisogna restituire voce e protagonismo: immaginare strumenti che permettano ai cittadini non solo di votare ogni cinque anni, ma di contribuire davvero alle decisioni pubbliche. La democrazia rappresentativa resta – ovvio – ma va rafforzata da organi, spazi, procedure e diritti che trasformano chi oggi è spettatore in protagonista. In una parola: democrazia partecipata.
Consigli di Quartiere, bilanci partecipativi, patti di corresponsabilità, piattaforme digitali di consultazione, educazione civica nelle scuole: sono esempi concreti del modello su cui stiamo lavorando come associazione, e per il quale chiediamo la collaborazione di tutti, nessuno escluso.
Serve l’energia di chi abita i quartieri, la voce dei giovani, l’esperienza delle famiglie, la competenza delle scuole, la disponibilità delle istituzioni. Serve la comunità. Serve ognuno di noi.
Solo così la partecipazione smette di essere un appello astratto e torna un esercizio quotidiano. È il modo più concreto per ricucire il rapporto tra istituzioni e cittadini.
La sovranità appartiene al popolo solo se il popolo può usarla.
Il resto è matematica. Non democrazia. Non politica.



