Minneapolis e la deriva autoritaria che ci riguarda tutti. Dall’uccisione di Renee Nicole Good alla strategia della nuova destra globale: criminalizzare il dissenso, occupare le istituzioni, governare con l’odio invece che con la responsabilità
Le immagini che arrivano da Minneapolis, in cui appare evidente come gli agenti dell’ICE (l’agenzia governativa che si occupa di immigrazione) abbiano assassinato a freddo una donna americana, sono semplicemente agghiaccianti.
Ma se possibile lo sono ancora di più le parole con cui Donald Trump e la sua amministrazione stanno tentando di giustificare l’accaduto: il presidente ha dichiarato che la donna era “una agitatrice professionale”, come se questo potesse giustificare un omicidio.
La morte di Renee Nicole Good, cittadina americana di 37 anni, uccisa a colpi d’arma da fuoco da un agente dell’ICE mentre si trovava nella propria auto a Minneapolis, ha acceso una nuova miccia negli Stati Uniti. L’episodio, avvenuto nella città del Minnesota, è ora al centro di un’indagine e di una violenta battaglia politica nazionale.
Secondo la versione dell’amministrazione federale, l’agente dell’ICE avrebbe agito per legittima difesa. La portavoce del Dipartimento della Sicurezza nazionale Usa, Tricia McLaughlin, ha dichiarato che Good stava “usando il veicolo come arma” e mettendo in pericolo la vita degli ufficiali. McLaughlin ha quindi sostenuto che l’agente abbia sparato temendo per la propria incolumità.
Donald Trump ha difeso apertamente l’operato dell’ufficiale dell’immigrazione. Ma questa ricostruzione è contestata con forza da testimoni oculari e dalle autorità locali. In circolazione vi sono diversi video, rilanciati da entrambe le parti, utilizzati per sostenere versioni opposte dei fatti.
La tensione in Minnesota era già alta da settimane: a dicembre erano stati dispiegati circa 2.000 agenti federali e la Twin Cities, l’area metropolitana formata da Minneapolis e Saint Paul, è stata teatro della più grande operazione di controllo dell’immigrazione mai condotta negli Stati Uniti, avviata per presunte frodi in ambito sanitario di alcuni residenti di origine somala.
La vicenda ha aperto una frattura profonda tra la Casa Bianca e le autorità democratiche del Minnesota. Il governatore Tim Walz ha respinto duramente la narrazione presidenziale: “Non credete alla propaganda”, ha scritto. Successivamente ha annunciato di aver emesso un ordine di allerta per preparare la Guardia Nazionale del Minnesota:
“Ai cittadini del Minnesota, sappiate che la nostra amministrazione non si fermerà davanti a nulla per ottenere giustizia e responsabilità”.
Anche la rivale di Trump alle elezioni del 2024, Kamala Harris, ha accusato il presidente di “gaslighting”, sostenendo che l’amministrazione stia deliberatamente distorcendo la realtà. Ancora più duro il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, che ha definito la versione federale “una stronzata” e ha intimato all’ICE di “andarsene a quel paese”.
La sparatoria è avvenuta a poco più di un miglio dal luogo dove nel 2020 fu ucciso George Floyd. Non è la prima volta che Frey si trova a guidare la città in un momento di crisi nazionale: era già salito alla ribalta durante le proteste seguite all’omicidio di Floyd. Sa bene come tragedie di questo tipo possano trasformarsi rapidamente in un punto di rottura capace di travolgere l’intero Paese.
Dopo l’uccisione di Renee Nicole Good, migliaia di persone sono scese in piazza non solo a Minneapolis, ma anche a Chicago, New York, Detroit, San Francisco, Seattle e Boston. A Detroit, decine di manifestanti si sono radunati davanti all’edificio dell’ICE su Michigan Avenue. La protesta è stata organizzata dal Comité de Acción Comunitaria. L’organizzatrice Kassandra Rodriguez ha denunciato apertamente “l’abuso di potere”.
A New York, Foley Square si è riempita per una manifestazione di emergenza culminata in una marcia verso il 26 Federal Plaza, sede del Dipartimento della Sicurezza Interna. I manifestanti hanno scandito il nome di Renee Nicole Good. Proteste anche davanti agli edifici dell’ICE a San Francisco e Seattle.
La verità è che questa vicenda racconta qualcosa che va ben oltre il singolo fatto di cronaca. Disvela uno dei tratti caratteristici della nuova destra globale. Anche di quella che abbiamo qui da noi.
Per loro chi vince le elezioni non governa, comanda.
E quindi non rappresenta un intero Paese, ma solo chi l’ha votato.
Gli altri sono nemici. E coi nemici vale tutto.
Le istituzioni diventano strumenti di potere da occupare. La parte di Paese che si oppone va attaccata, demonizzata, delegittimata. Dividere il Paese eccitando ogni giorno la curva dei propri sostenitori è l’unica strategia concepita per mantenere il consenso.
Ogni giorno un nemico, una polemica, una falsità. L’odio e la rabbia come strumento di governo.
Accade anche qui da noi, ogni giorno. Sui giornali della destra, sulle loro macchine social “unofficial”, nei talk delle tv amiche. Il rischio dell’incidente o dell’escalation è sempre dietro l’angolo. E forse è anche voluto. Tutto serve a nascondere il fallimento politico, la crisi economica e sociale, l’inadeguatezza a governare.
Come si reagisce a una destra così?
Innanzitutto non diventando come loro. Guai a pensare di emularne i metodi.
La società non va divisa, va unita.
Stare insieme, creare comunità, costruire cittadinanza è il vero antidoto alla solitudine, alla paura e alla rabbia.



