Dalle esecuzioni di Minneapolis alle Olimpiadi di Milano-Cortina: l’ICE entra in scena mentre l’Italia finge di non vedere
C’è un silenzio che nasce dall’imbarazzo. E poi c’è un silenzio che pesa come una scelta politica. Quello del governo italiano di fronte alle violenze dell’Immigration and Customs Enforcement non è più diplomazia cauta: è una linea. Una linea che unisce ciò che accade negli Stati Uniti e ciò che accadrà, simbolicamente, anche in Italia.
Negli USA l’ICE non è più un apparato amministrativo. È diventato un marchio di repressione. Bambini usati come esca per arrestare i genitori. Famiglie spezzate. Attivisti colpiti durante le operazioni. Scene che arrivano da Minneapolis e da altri Stati, documentate e rivendicate sotto l’amministrazione di Donald Trump. Eppure, da Roma, il vuoto. Nessuna parola chiara di Giorgia Meloni. Nessuna presa di distanza di Matteo Salvini.
Quel silenzio non è neutro. Perché mentre negli Stati Uniti l’ICE diventa il simbolo di un potere che colpisce i più deboli, in Italia lo stesso apparato viene “normalizzato”. Accade con le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Ufficialmente nessuna operazione di polizia. Nessun controllo sul territorio. Solo “supporto” alle delegazioni americane. Ma la presenza resta. E il messaggio pure.
Si dirà: è prassi diplomatica. È sempre stato così. Ma il contesto conta. Oggi l’ICE non è un corpo come gli altri. È un simbolo tossico. Portarlo, anche solo sul piano simbolico, dentro un evento che dovrebbe incarnare cooperazione e pace significa accettare un corto circuito politico. E Palazzo Chigi lo sa. Tanto da muoversi tra rassicurazioni tecniche e imbarazzi evidenti.
Il paradosso è evidente: la presenza dell’ICE non riduce i rischi di sicurezza, li aumenta. Gli stessi apparati italiani valutano possibili reazioni ostili e proteste. Tradotto: un’agenzia nata per “proteggere” diventa fattore di tensione. Eppure si va avanti, come se nulla fosse.
Fuori dall’Italia, qualcuno traccia una linea. In Minnesota persino un candidato repubblicano ha rinunciato alla corsa elettorale per non avallare la repressione contro i cittadini del proprio Stato. Quella è politica. Quella è assunzione di responsabilità.
Qui, invece, resta un mutismo assordante. Interrotto solo da frasi sussurrate, da imbarazzi lessicali, o peggio da elogi fuori tempo massimo. Quando taci davanti ai bambini sequestrati e accetti che chi li ha sequestrati venga normalizzato sotto i riflettori olimpici, stai scegliendo. E quando il silenzio dura così a lungo, smette di essere distrazione. Diventa assenso.



