Quando James Senese fonda Napoli Centrale nel 1975 insieme a Franco Del Prete, ha un’idea chiara e coraggiosa: fondere il jazz fusion con l’anima dei vicoli di Napoli, portando la musica italiana al livello dei grandi americani.
Sono gli anni del Miles Davis più elettrico, di Herbie Hancock con gli Headhunters, dei Weather Report che ridefiniscono il suono del jazz moderno. Tutte queste influenze si intrecciano con il Napolitan Power, quel magma di energia, orgoglio e rabbia che nasce dal basso, dal bisogno di riscatto, dalla forza di una città che non smette mai di creare.
In quegli anni un giovanissimo Pino Daniele imbraccia il basso e inizia ad assorbire quel groove destinato a cambiare la musica italiana.
Se vuoi (ri)scoprire questo gruppo leggendario, ecco tre dischi imperdibili.
🎷 “Napoli Centrale” (1975) — Il debutto e, a mio avviso, il capolavoro. Un disco che racchiude l’essenza più pura del gruppo: jazz rock, funk, soul e protesta. La formazione è stellare: oltre a Senese e Del Prete, ci sono Mark Harris alle tastiere e Tony Walmsley al basso.
Qui il canto è popolare ma la voce è rabbiosa, la musica è lotta: la rabbia di chi lavora la terra e viene lasciato indietro si trasforma in un suono elettrico, nervoso, martellante — incredibilmente moderno ancora oggi.
🎶 “Qualcosa ca nu’ mmore” (1978) — Il disco più sperimentale, più vicino al jazz puro, con atmosfere esotiche e momenti di grande libertà creativa. Al basso suona, sotto pseudonimo, proprio Pino Daniele.
È un album meno immediato, ma dentro c’è tutta la genialità e la profondità di James Senese, musicista capace di far convivere il sentimento partenopeo con la mente cosmopolita del jazzista.
🔥 “’Ngazzate nire” (1994) — Il ritorno al funk viscerale. Una scarica d’energia che grida identità e appartenenza, ma con arrangiamenti più maturi e una sezione ritmica granitica. Le percussioni urbane e le tastiere infuocate ricordano a tratti i Meters di Cissy Strut, ma sempre con un’anima profondamente napoletana.
È per questa eredità musicale e culturale che dobbiamo tanto a James Senese.
Perché il suo sax non suonava soltanto: raccontava.
Dentro quelle note c’erano le cicatrici della gioia e del dolore, la vita intera di un popolo che non smette mai di resistere e rinascere.
Grazie, maestro.



