C’è una cosa che la mia generazione non ha mai detto ad alta voce. Non per ipocrisia. Semmai per distrazione, per fretta, forse per quella forma di “pudore” che impedisce di nominare le cose importanti finché non diventano urgenti.
Comincio a dirlo io, adesso…
Abbiamo avuto molto da questa città. Molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. Siamo stati l’ultima generazione che ha vissuto Nocera in modo pieno. Non pieno nel senso di felice o perfetto. Pieno nel senso di trasversale, partecipato, presente, comunitario. Facevamo sport insieme, ci impegnavamo nelle associazioni, discutevamo di politica, costruivamo reti che attraversavano scuole, campanili, quartieri, famiglie, idealità. La città era uno spazio aperto e condiviso, non solo un luogo in cui abitare per caso.
Poi, a un certo punto, ci siamo ritirati. Io per primo.
Chi è andato via per lavoro o per studio, comprensibilmente. Chi è rimasto si è chiuso, spesso, nel privato. Le energie che prima andavano nella cosa pubblica sono finite nell’azienda, nella famiglia, nei problemi quotidiani che crescevano mentre la politica parlava sempre più a sé stessa. Abbiamo smesso di essere protagonisti della città e siamo diventati, nel migliore dei casi, spettatori esigenti. Nel peggiore, semplici commentatori.
Nel frattempo, una generazione più giovane guardava e non trovava molto a cui aggrapparsi. Non trovava spazio nei processi decisionali. Non trovava una città che investisse su di loro. Non trovava ragioni sufficienti per restare. E se ne è andata. Non tutta, non tutti. Ma abbastanza da lasciare un vuoto che si vede, se si ha la pazienza di guardare.
Questo è il debito, che vedo, che sento.
Non è un debito astratto verso un’entità chiamata “città”. È un debito concreto verso chi ci ha preceduto e ha costruito qualcosa che noi abbiamo usato senza sempre curarci di mantenerlo. È un debito verso chi è rimasto e ha continuato a fare la propria parte senza fare rumore. È un debito verso chi è venuto dopo e ha trovato meno di quello che avrebbe meritato. È un debito e una responsabilità pesante e urgente verso i nostri figli.
Abbiamo preferito aver “ragione” da fuori per troppo tempo. Abbiamo analizzato, criticato, proposto. Abbiamo provato a fare qualcosa di utile, ci proviamo tutt’ora con associazioni e movimenti. Inconsapevolmente abbiamo assunto una postura da commentatori più che da cittadini responsabili. Nel frattempo, la città è andata avanti senza di noi, o nonostante noi, come si preferisce. Abbiamo scelto una forma di cittadinanza e di conforto oggettivamente comoda ma, alla lunga, sterile. Perché anche avere ragione da fuori non cambia niente. Non sposta una pietra, non apre uno spazio di socialità, non trattiene un ragazzo che sta facendo le valigie.
I debiti si pagano restituendo qualcosa di reale. Non parole, ma tempo, presenza, fatica.
Non con le dichiarazioni di intenti. Non con la buona volontà proclamata nei momenti in cui fa effetto proclamarla. Con il lavoro quotidiano, con la presenza costante, con la disponibilità a fare le cose difficili anche quando non conviene farlo. Con la fatica concreta di chi scende in campo sapendo che il terreno è pesante, che i risultati non sono garantiti e che l’unica cosa che si può davvero promettere è l’impegno di provarci.
Questa città non ha bisogno di promesse e nemmeno di eroi. Ha bisogno di persone che si impegnano a lavorarci, con metodo, con competenza, con la determinazione di chi sa di avere qualcosa da restituire.
Io ci sono.
Non perché penso di essere indispensabile. Perché penso che continuare a stare fuori ancora sarebbe, semplicemente, la scelta sbagliata. La nostra generazione ha ancora energie, competenze ed esperienza da mettere a disposizione. Sprecarlo in polemiche, rancori e analisi che non producono nulla sarebbe un lusso che questa città non può permettersi e che noi non possiamo più concederci.
Il debito va pagato. Iniziamo ?



