Quaranta articoli per ridefinire il rapporto tra Stato e cittadini: non più diritti e garanzie, ma controllo, repressione e sospetto. Il nuovo Decreto Sicurezza del governo Meloni non promette più protezione, ma obbedienza.
Il nuovo Decreto Sicurezza del governo Giorgia Meloni – per ora solo una bozza, ma già chiarissima nello spirito – è uno dei provvedimenti più duri e inquietanti che la Repubblica abbia mai messo nero su bianco.
Non parla davvero di sicurezza, parla di potere, di controllo, di paura.
Quaranta articoli, quaranta. E ognuno aggiunge un mattone a un’idea di Paese in cui il dissenso smette di essere un diritto e diventa un fastidio. Un problema di ordine pubblico.
Manifestare, protestare, esporsi politicamente non è più un’espressione della democrazia, ma un comportamento da contenere.
Il segnale è netto: si arriva a prevedere multe fino a 5.000 euro anche solo per aver partecipato a manifestazioni pacifiche su temi considerati “scomodi”. Gaza oggi, domani qualunque altra causa non allineata.
Non violenza, non illegalità, solo dissenso.
Il passaggio più pericoloso è però un altro: il fermo di prevenzione durante le manifestazioni. La polizia potrà trattenere una persona fino a 12 ore se ritenuta “potenzialmente pericolosa”. Senza reato, senza processo, senza criteri chiari. Un concetto vago, elastico, perfetto per colpire chiunque, quando serve.
Nel frattempo, mentre i diritti dei cittadini si restringono, arriva lo scudo penale per le forze dell’ordine.
Un vecchio sogno della destra più muscolare: più libertà d’uso dei manganelli, meno responsabilità.
L’equilibrio tra potere e garanzie si spezza definitivamente.
Le ONG tornano a essere il bersaglio preferito.
Più sanzioni, più criminalizzazione, fino all’interdizione delle acque territoriali per 30 giorni, rinnovabili, in nome di una generica “minaccia all’ordine pubblico”. Un’espressione così vaga da poter giustificare qualsiasi abuso.
E i migranti? Rimpatriabili anche in Paesi terzi, se esistono accordi. Il modello Albania diventa sistema.
Le espulsioni si fanno rapide, quasi automatiche, anche su semplice decisione ministeriale.
“Pericolosi”, si dice. Ma pericolosi secondo chi? E in base a cosa?
Poi arrivano le zone rosse, istituite direttamente dai prefetti. Aree d’eccezione dove, con la scusa della sicurezza, le garanzie costituzionali diventano opzionali. Zone franche, zone dove la legge arretra.
Si chiama Italia, ma somiglia sempre di più all’Ungheria di Viktor Orbán o all’America di Donald Trump.
Questa non è sicurezza, è democratura.
Stanno smontando, pezzo dopo pezzo, lo Stato di diritto.
E il paradosso finale è feroce: dovremmo scendere in piazza contro un decreto che renderà sempre più difficile – se non impossibile – scendere in piazza.



