Tre Mondiali saltati, un dossier dimenticato e una riforma mai partita: mentre il calcio italiano resta fermo, torna una proposta sempre più forte: Maldini presidente FIGC e Baggio al Settore Tecnico. L’unico modo per restituire visione, competenza e futuro alla Nazionale
Siamo fuori ancora una volta. Eliminati, stavolta dalla Bosnia. E per la terza volta consecutiva l’Italia non andrà ai Mondiali.
Non è più una sorpresa, non è più un incidente, non è più una fatalità. È diventata una triste abitudine. Ed è proprio questo che fa più male: ci stiamo abituando al fallimento.
Non è solo una sconfitta sportiva. È il segnale di un sistema che continua a ripetere gli stessi errori senza mai mettersi davvero in discussione. Cambiano gli allenatori, cambiano i dirigenti, cambiano i nomi. Ma i problemi restano sempre gli stessi.
E mentre gli altri Paesi investono, programmano, studiano, costruiscono, noi continuiamo a inseguire il presente senza avere il coraggio di progettare il futuro.
La verità è che le soluzioni le avevamo già. E le abbiamo lasciate chiuse in un cassetto.
Era il 2010, dopo il disastro del Mondiale in Sudafrica. La Federazione affidò a Roberto Baggio la guida del Settore Tecnico con l’obiettivo di rifondare il calcio italiano dalle fondamenta.
Baggio non si limitò alle parole: lavorò per oltre un anno con cinquanta collaboratori e produsse un dossier di novecento pagine. Un progetto enorme, sistemico, lungimirante.
Dentro c’era tutto: vivai da ricostruire, scouting capillare su cento distretti territoriali, formazione moderna degli allenatori selezionati anche per competenze educative, archivi digitali per monitorare i giovani, centri studi permanenti, attenzione ai valori etici e alla crescita delle persone prima ancora che dei calciatori.
Era, in sostanza, il modello che negli stessi anni stavano sviluppando Spagna, Francia e Germania. Non a caso, le nazioni che poi hanno dominato il calcio mondiale.
Quel piano fu presentato al Consiglio Federale nel 2011. La riunione durò quindici minuti. I fondi promessi non arrivarono mai. Il progetto fu approvato formalmente e abbandonato nella realtà.
Nel 2013 Baggio si dimise: il suo programma era rimasto lettera morta.
Ecco il punto. Il problema non è che non avevamo capito cosa fare. Il problema è che abbiamo scelto di non farlo.
Se quel piano fosse partito allora, oggi raccoglieremmo i frutti di quindici anni di lavoro. I ragazzi cresciuti con quel sistema oggi avrebbero tra i venti e i trent’anni. Sarebbero loro la Nazionale.
Invece siamo qui, fuori dal Mondiale per la terza volta, a parlare ancora una volta di rifondazione, di ripartenza, di anno zero.
Ma l’anno zero, nel calcio italiano, dura da quindici anni.
E allora forse la domanda oggi non è solo come ripartire. La domanda è: chi ha paura di cambiare davvero il calcio italiano?
Perché la sensazione è che il problema non sia la mancanza di idee, ma la mancanza di coraggio.
Per questo, ormai, una proposta circola sempre più spesso tra tifosi, addetti ai lavori, ex calciatori: Paolo Maldini presidente della FIGC e Roberto Baggio direttore del Settore Tecnico.
Non come operazione nostalgica, ma come scelta di competenza, credibilità e visione.
Mentre Gravina e le mummie di Palazzo non schiodano il sedere dalle loro poltrone nemmeno dopo l’ennesima disfatta, noi continuiamo a dimenticare che esistono Uomini prima ancora che campioni.
Persone vere, professionisti che hanno dato tutto al calcio, amati trasversalmente, eccellenze umane e professionali più uniche che rare. Uno spreco vergognoso e imperdonabile.
Lasciamo che a guidarci siano burocrati interessati solo alle poltrone, e intanto Baggio e Maldini restano chiusi in un armadio.
Dimenticati, sì. Ma fino a un certo punto.
Perché ogni volta che perdiamo, ogni volta che restiamo fuori, ogni volta che parliamo di rifondazione, quei nomi tornano.
Come un rimorso. Come un’occasione persa.
E finché non avremo il coraggio di aprire davvero quell’armadio, continueremo a cambiare allenatori.
E continueremo, semplicemente, a restare fuori dai Mondiali.



