La Campania ha le falde avvelenate da cancerogeni. Lo dice la scienza. E l’agro nocerino-sarnese è dentro la mappa.
Una premessa necessaria. Non sono un tecnico, non ho una formazione scientifica specifica su questi temi. Ho cercato lo studio completo della Federico II in rete, senza trovarlo: avrei voluto leggerlo per intero, e continuo a ritenere che dovrebbe essere accessibile a chiunque voglia approfondire. Scrivo quindi partendo da quello che ho potuto leggere: i resoconti giornalistici, le dichiarazioni degli autori, la nota istituzionale della Regione. Se ci sono imprecisioni tecniche mi perdonerete ma le domande che pongo non credo richiedono un dottorato per essere fatte.
C’è un modo in cui certe notizie arrivano senza fare rumore. Escono un mercoledì mattina, vengono riprese da qualche testata, rimbalzano sui social per qualche ora, e poi spariscono sotto il flusso di tutto il resto. Non perché siano poco importanti. Spesso è l’esatto contrario: perché sono troppo importanti, troppo scomode, troppo difficili da trasformare in indignazione rapida e consumabile.
La notizia del 6 maggio è una di quelle.
Cosa dice lo studio sulle acque sotterranee in Campania
Il Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università Federico II di Napoli, coordinato dal professor Paolo Montuori, ha completato un lavoro di monitoraggio sistematico delle acque sotterranee campane avviato nel 2015 nell’ambito del programma Campania Trasparente, formalizzato con la Regione nel 2019. Un lavoro lungo, metodico, che ha riguardato falde, aria e suolo in tutto il territorio regionale, affiancato da attività sanitarie dirette con ambulatori e visite dedicate alle popolazioni residenti nelle aree più critiche.
I risultati sono stati trasmessi alla Direzione Generale della Sanità della Regione Campania il 20 febbraio scorso. La conclusione è senza margini di ambiguità: nelle acque sotterranee di tutte e cinque le province campane sono stati rilevati superamenti dei limiti di legge per due solventi industriali clorurati, il tricloroetilene (TCE) e il tetracloroetilene (PCE). Con picchi che, in alcuni comuni, raggiungono valori che non sono il doppio o il triplo dei limiti consentiti. Sono valori che li moltiplicano per decine.
A Montoro il PCE rilevato è stato di 30,52 microgrammi per litro. Il limite di legge è 1,1. A Villa Literno si è arrivati a 24. A Scafati il valore rilevato è 5,1. A Striano 8,9.
Per capire cosa significano questi numeri bisogna sapere cosa sono queste sostanze.
Il TCE, conosciuto commercialmente come trielina, è classificato dallo IARC come cancerogeno di Gruppo 1: cancerogeno certo per l’uomo. È associato all’insorgenza di tumori del rene, del fegato e al linfoma non-Hodgkin. Il PCE, usato massicciamente nelle lavanderie industriali e nei processi di sgrassatura dei metalli, è classificato come probabile cancerogeno. Entrambi vengono rapidamente assorbiti per via gastrointestinale e si depositano nel fegato, nel rene, nel sistema nervoso centrale e nei tessuti adiposi.
Non sono sostanze esotiche o di nicchia. Sono stati tra i solventi industriali più usati nel mondo per decenni, con impiego massiccio nei distretti manifatturieri, nel settore tessile, nella lavorazione dei metalli. Il comprensorio nocerino-sarnese è stato, per trent’anni, esattamente quel tipo di territorio.
Il profilo scientifico del professor Montuori e del suo gruppo di ricerca è consultabile sul sito del Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università Federico II.
Come i cancerogeni arrivano nelle falde e perché ci restano
Questo è il meccanismo che trasforma una contaminazione industriale in un problema sanitario di lungo periodo, e che spiega perché i dati che emergono oggi possono avere origine in smaltimenti avvenuti trenta o quarant’anni fa.
TCE e PCE sono più densi dell’acqua. Quando raggiungono il suolo, non si fermano in superficie: continuano a scendere attraverso il terreno non saturo fino al fondo della falda, dove si depositano. In quelle condizioni, senza contatto con l’atmosfera, si degradano molto lentamente. Una volta lì, ci restano. E migrano, seguendo i flussi sotterranei, allontanandosi dalla fonte originaria di contaminazione anche di molti chilometri.
C’è un ulteriore problema, più insidioso. La degradazione biologica parziale di TCE e PCE non li elimina: li trasforma. Nel percorso di biodegradazione, questi composti danno luogo al cloruro di vinile, un cancerogeno ancora più tossico e più mobile dei suoi predecessori. Cercando di smaltire l’inquinante, la falda può generare qualcosa di peggio.
L’esposizione per i cittadini non avviene solo attraverso l’uso diretto dell’acqua di pozzo per bere o cucinare. Avviene anche per via cutanea e inalatoria, semplicemente facendo la doccia con acqua contaminata, dato che questi composti sono volatili a temperatura ambiente. E avviene in modo indiretto, attraverso la catena alimentare: irrigazione delle colture, abbeveraggio degli animali da allevamento, possibili fenomeni di bioaccumulo negli organismi.
In un territorio agricolo e a forte densità produttiva come il comprensorio nocerino-sarnese, questa terza via di esposizione non è teorica. È concreta.
La risposta istituzionale: Regione Campania e Asl
Il 6 maggio la Direzione Generale della Sanità della Regione Campania ha formalmente chiesto alle Asl di attivare con urgenza verifiche integrate: sanitarie, ambientali, veterinarie e di filiera alimentare. La richiesta, che porta la firma della struttura regionale guidata dal presidente Roberto Fico, specifica l’obiettivo: valutare il rischio ambiente-salute nelle province di Caserta, Napoli, Avellino e Salerno, con attenzione particolare agli usi irrigui, all’esposizione indiretta attraverso la catena alimentare e alle possibili interferenze con la filiera agroalimentare.
Nel Casertano l’Asl ha già avviato il progetto sperimentale Villa Literno Salute, che prevede screening gratuiti, unità mobili nelle piazze cittadine e monitoraggio integrato della filiera. È un esempio concreto di cosa significa rispondere in modo serio a una contaminazione accertata: non un comunicato stampa, ma un piano di sorveglianza sanitaria attiva.
Il punto è preciso: la Regione ha trasmesso la nota alle Asl il 6 maggio, tre mesi dopo aver ricevuto i risultati della Federico II. I sindaci dei comuni interessati non erano stati avvertiti. Hanno appreso dai giornali che le falde sotto i loro territori contenevano sostanze cancerogene oltre i limiti di legge.
Molti sindaci, in queste ore, hanno chiesto a Fico di convocare un tavolo istituzionale e di chiarire la differenza tra falde superficiali e falde profonde, tra l’acqua dei pozzi privati non censiti e quella che arriva dai rubinetti attraverso le reti pubbliche. Non è allarmismo. È il minimo che si deve ai sindaci e, attraverso di loro, ai cittadini.
Quello che penso
Quello che emerge da questa vicenda è un problema che non si esaurisce nei comuni con i valori più alti. Riguarda la struttura del rischio in un territorio fortemente antropizzato, dove l’utilizzo diretto delle acque sotterranee per usi domestici e agricoli, in particolare per la fornitura idrica di utenze non collegate alla rete pubblica e per l’abbeveraggio degli animali da allevamento, crea percorsi di esposizione reali e ancora non del tutto mappati.
Bisogna delimitare le aree a rischio con precisione, e farlo in tempi certi. Ma bisogna farlo in parallelo, non dopo, con un’informazione sistematica e comprensibile rivolta alle comunità potenzialmente esposte. Le persone hanno il diritto di sapere cosa evitare, cosa non mangiare, quali fonti d’acqua non usare, mentre si aspettano le bonifiche. La trasparenza dei dati non è un corollario dell’azione pubblica. È l’azione pubblica stessa.
Non basta rispondere alle emergenze quando esplodono. Serve una strategia organica che tenga insieme prevenzione, monitoraggio continuo, bonifiche strutturali e tutela attiva della salute pubblica. Il lavoro della Federico II esiste dal 2015. Che cosa hanno fatto le istituzioni con quei dati negli anni precedenti, quando i valori stavano già superando i limiti?
Il professor Montuori ha detto una cosa che vale la pena ricordare: «Vogliamo capire cosa c’è oggi nel sangue delle persone, senza aspettare le malattie.» È esattamente il principio che dovrebbe guidare la politica, a tutti i livelli. Non aspettare che i casi si manifestino per fare le analisi. Fare le analisi prima, adesso.
La domanda che riguarda Nocera Inferiore
Nocera Inferiore confina con Sarno. Dista pochi chilometri da Scafati, da Angri, da Montoro. Il comprensorio ha avuto, per decenni, una densità industriale significativa nel settore tessile, conciario e manifatturiero: esattamente i comparti che hanno fatto uso massiccio di solventi clorurati. E le falde, come abbiamo visto, non rispettano i confini comunali.
Non stiamo dicendo che Nocera è contaminata. Non lo sappiamo, e sarebbe sbagliato affermarlo senza dati.
Stiamo dicendo che non lo sappiamo. E che non saperlo, in questo contesto, non è una condizione neutra. È un problema.
Le domande che il Comune di Nocera Inferiore dovrebbe porre oggi, con urgenza, all’Asl Salerno sono semplici e precise: quali pozzi privati sono attivi nel territorio comunale? Sono stati effettuati campionamenti? Sono previsti e quando? Quali attività produttive dismesse nel territorio potrebbero essere state fonti di contaminazione? I dati del monitoraggio già esistente, se esiste, sono accessibili ai cittadini?
Queste non sono domande allarmiste. Sono le domande minime che un’amministrazione responsabile dovrebbe porre e a cui dovrebbe pretendere risposta, nell’interesse di chi abita questa città.
Sotto i nostri piedi c’è qualcosa. Dobbiamo sapere cosa.
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