I Democratici si sono presi Camera e Senato vincendo anche dove non succedeva da decenni, mentre i Repubblicani non sono riusciti a strappare loro un solo seggio. I numeri, stato per stato, raccontano soprattutto la sconfitta di Donald Trump. E contengono un avvertimento anche per chi ha vinto.
In breve
Martedì gli americani hanno rinnovato tutta la Camera e un terzo del Senato, e il risultato non lascia spazio a letture di comodo. I Democratici hanno conquistato la maggioranza in entrambe le camere, andando oltre le previsioni della vigilia, soprattutto al Senato. Prima del voto avevano 47 senatori contro 53 e 214 deputati contro 219.
Ci sono notti elettorali che si raccontano con le sfumature. Questa no.
La reazione più sorprendente è arrivata proprio da Trump, che si è congratulato con gli avversari. Per un uomo che ancora oggi sostiene di aver vinto le elezioni del 2020, non è un dettaglio.
I Democratici hanno la maggioranza alla Camera e al Senato
Seggi assegnati per partito; la linea tratteggiata segna la soglia della maggioranza. Passa il mouse o tocca le barre per i dettagli.
Fonte: Associated Press, dati al 4 novembre ore 22; alla Camera 45 seggi ancora da assegnare
Il Senato
Al Senato si votava per 35 seggi su 100. Per prendersi la maggioranza, ai Democratici servivano quattro seggi in più senza perderne nessuno. Ne hanno strappati sette e sono saliti ad almeno 54, mentre i Repubblicani non sono riusciti a togliergliene uno.
Il Kansas non eleggeva un senatore democratico dal 1932, e ci è riuscito Adam Hamilton, pastore metodista, battendo l’uscente Roger Marshall. In South Carolina Annie Andrews è la prima democratica a conquistare un seggio al Senato dal 1998. Nel Maine la repubblicana Susan Collins, senatrice dal 1997, ha perso contro Troy Jackson. In Ohio torna Sherrod Brown, che il Senato lo aveva lasciato all’inizio del 2025, battendo Jon Husted.
In Texas il candidato scelto da Trump ha perso di quasi dieci punti
Vantaggio del democratico, in punti, nei sette seggi del Senato strappati ai Repubblicani
Fonte: Associated Press, 4 novembre; Mississippi e Alaska ancora da assegnare
Il Texas merita un capitolo a parte. È uno stato di 31 milioni di abitanti, grande più di due volte l’Italia, dove circa quattro persone su dieci sono di origine latinoamericana, e dove i Democratici non vincevano un’elezione statale dal 1994. Martedì hanno vinto il seggio al Senato, la carica di governatore e quella di procuratore generale.
Due seggi restano aperti. In Mississippi Scott Colom è avanti di 43 voti sulla senatrice uscente Cindy Hyde-Smith, e il conteggio dei voti provvisori potrebbe richiedere più di una settimana. In Alaska Mary Peltola e Dan Sullivan sono separati da poche centinaia di voti, e a decidere sarà lo spoglio delle seconde preferenze, fissato per il 18 novembre.
Al Senato sette stati hanno cambiato partito, tutti a favore dei Democratici
Esito dei 35 seggi in palio; ogni quadrato è uno stato, in posizione approssimativa. Passa il mouse o tocca uno stato per i dettagli.
Fonte: Associated Press, aggiornamento al 5 novembre
La Camera
Alla Camera si rinnovavano tutti i 435 seggi, e i Democratici hanno superato di slancio la soglia dei 218. Mercoledì sera ne avevano 246 contro 144, con una quarantina di collegi ancora da assegnare. In 41 collegi il seggio è passato dai Repubblicani ai Democratici. Nel senso opposto, in nessuno.
Il dato più curioso riguarda i collegi ridisegnati. Su spinta di Trump, diversi stati governati dai Repubblicani avevano spostato i confini dei distretti per rendere più difficile la vittoria degli avversari, una pratica che negli Stati Uniti chiamano gerrymandering. Non è bastato. In Florida i Democratici hanno vinto in almeno tre dei quattro collegi ritagliati per farli perdere, e nel 35° collegio del Texas Johnny Garcia ha staccato il rivale di oltre dieci punti. Si possono spostare i confini sulla carta. Non si può spostare l’umore di un paese.
Più netta ancora è la fotografia delle contee. Basta confrontare il voto di martedì per la Camera con quello delle presidenziali del 2024, contea per contea, in tutte quelle in cui lo scrutinio è concluso.
Ventiquattro contee su venticinque si sono spostate verso i Democratici
Rispetto al 2024, voto per la Camera, nelle 3.059 contee con lo scrutinio concluso
Fonte: elaborazione Il Post su dati AP, 4 novembre; esclusi gli stati con conteggi in corso
Ventiquattro su venticinque. Non è un’onda. È un verdetto. Le poche contee andate nella direzione opposta stanno in Illinois, Minnesota e Florida.
I governatori
Si votava anche per i governatori di 36 stati, e anche qui il vento ha soffiato in una sola direzione. I Democratici hanno conquistato cinque stati governati dai Repubblicani, cioè Iowa, Ohio, Georgia, Nevada e Texas, tutti vinti da Trump due anni fa.
In Texas Gina Hinojosa ha battuto Greg Abbott, governatore dal 2015. In Ohio Amy Acton ha sconfitto il repubblicano Vivek Ramaswamy. In Georgia Keisha Lance Bottoms, già sindaca di Atlanta, è la prima donna afroamericana eletta alla guida dello stato.
Cinque stati hanno eletto un governatore democratico al posto di uno repubblicano
Esito delle 36 elezioni per il governatore; ogni quadrato è uno stato, in posizione approssimativa
Fonte: Associated Press, 4 novembre; Kansas e Alaska ancora da assegnare
Due stati sono ancora in bilico. In Kansas la democratica Cindy Holscher è avanti di poche migliaia di voti e il repubblicano Ty Masterson ha chiesto un riesame. In Alaska Jonathan Kreiss-Tomkins ha sfiorato la metà dei voti al primo turno, e anche lui aspetta il 18 novembre.
Perché è andata così
Le ragioni della sconfitta repubblicana sono più d’una. Quasi tutte portano allo stesso indirizzo.
La prima si misura al distributore. Trump era tornato alla Casa Bianca promettendo di far scendere i prezzi. Poi è arrivata la guerra con l’Iran e, con la guerra, il carburante più caro. Una promessa smette di essere un’idea il giorno in cui chi l’ha ascoltata può controllarla da solo, senza leggere un giornale e senza fidarsi di un comizio. Basta fare il pieno.
La seconda riguarda l’immigrazione. Le retate e gli arresti dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, hanno allontanato proprio quell’elettorato latinoamericano che nel 2024 aveva votato in gran parte per Trump. In Texas, dove quattro abitanti su dieci hanno quelle origini, il conto è stato salato.
La terza è la più istruttiva. Alle primarie texane Trump aveva preferito Ken Paxton, carico di scandali, al senatore uscente John Cornyn, che pure aveva votato con lui nel 99 per cento dei casi. Alla fedeltà è stata sacrificata la competenza, e il risultato sta nel grafico del Senato, con quasi dieci punti di distacco.
Chi oggi festeggia, però, farebbe bene a non dimenticarlo. Quella di martedì è prima di tutto una sconfitta di Trump, non una conversione di massa alle idee progressiste. Gli elettori non hanno cambiato fede. Hanno controllato. E la tentazione di scambiare il fallimento dell’avversario per la prova di avere avuto ragione è la più pericolosa che esista, perché autorizza a non cambiare niente.
La lezione attraversa l’oceano e vale per tutti. Le promesse che si possono verificare al distributore o alla cassa del supermercato, prima o poi, tornano indietro. E chi sceglie i compagni di strada in base alla fedeltà invece che alla capacità, prima o poi, paga.
Per questo preferisco un impegno che si possa misurare a una promessa che si possa soltanto applaudire. Il primo costa fatica il giorno in cui lo prendi. La seconda costa il doppio il giorno in cui qualcuno va a controllare.
Il conto, alla fine, arriva sempre. Meglio averlo scritto insieme, prima, voce per voce.



