Separazione delle carriere: l’appello del Comitato per il Sì “Giuliano Vassalli”
Riceviamo da Gianni Pittella, già vicepresidente del Parlamento europeo e presidente del gruppo dei socialisti e democratici, la valutazione del comitato “Giuliano Vassalli” per il “sì” di cui è tra i promotori. Oltre Pittella, del comitato fanno parte: Claudio Signorile, Salvo Andò, Fabrizio Cicchitto, Sandro Principe, Giulio Di Donato, Saverio Zavettieri, Sergio Pizzolante, Biagio Marzo, Giovanni Crema, Mauro Del Bue, Angelo Cresco, Felice Iossa, Ugo Finetti, Alberto Manchinu, Turi Lombardo, Ciccio Barbalace, Ercole Incalza, Salvatore Grillo, Donato Robilotta, Felice Laudadio, Franz Caruso, Carlo Petrone, Salvo Fleres, Giampaolo Sodano, Maurizio Ballistreri, Giovanni Russo, Vincenzo Maiello, Salvatore Sannino, Domenico Tanzarella, Francesco Carbini, Giovanni Antonio Golotta, Francesca Straticò, Franco Barbabella, Giancarlo Armenia, Alfredo Venturini.
La separazione delle carriere è legge dello Stato. L’ha approvata il Parlamento al termine di un iter complesso previsto dall’art 138 della Costituzione. La legge verrà sottoposta a referendum e, proprio per questo, è ampiamente prevedibile che le ragioni del SÌ e quelle del NO, finiranno con il fare ricorso ad argomenti che avranno l’inevitabile effetto insulso di trasformare la legge di riforma nell’ennesimo pretesto per uno scontro tra schieramenti che si fronteggiano su opposti schieramenti ideologici.
Noi riteniamo che che la riforma vada letta non come un affronto della maggioranza di Governo al resto dello schieramento politico nazionale e neppure, come è stato detto in modo temerario, un vulnus inferto all’assetto dei poteri come delineato dalla Costituzione nata dalla Resistenza. Siamo portatori di un messaggio semplice: la riforma serve prima di tutto a dare ai cittadini un processo nel quale si sarà davvero giudicati da un giudice terzo e imparziale.
Si tratta, infatti, del naturale completamento di un percorso iniziato con la riforma Vassalli. Nel 1988, sulla base dei lavori di una commissione di studi presieduta dal professor Pisapia, uno dei maggiori studiosi di diritto penale italiani, Giuliano Vassalli, studioso di procedura penale e ministro della Giustizia, socialista, propose e fece approvare dal Parlamento una modificazione radicale della struttura del processo penale, che da inquisitorio divenne accusatorio.
Da allora il processo penale vede tre protagonisti: l’accusa sostenuta dai pubblici ministeri, la difesa dall’avvocato dell’accusato e, in una posizione imparziale tra le due parti, il giudice. A commento della propria riforma, Giuliano Vassalli, già presidente della Corte costituzionale e Ministro di grazia e giustizia sosteneva, tra l’altro, che la separazione delle carriere era la necessaria conseguenza della distinzione delle funzioni tra le parti del processo
E’ partendo da queste basi, non ideologiche ma sostanziali, che bisogna affrontare ogni discussione seria sulla riforma chiedendosi:
a) se sia giusto o meno che PM e Giudici abbiano percorsi professionali differenti, dall’assunzione in poi;
b) che abbiano due diversi organi di autogoverno entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica, ma i cui membri non laici, siano scelti per sorteggio;
c) che dei procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati si occupi un’ Alta corte disciplinare. e non più una sezione del Csm.
Questi non altri i temi in discussione.
Per noi riformisti la giustizia deve non solo essere, ma essere percepita dai cittadini, come terza e imparziale e la separazione delle carriere concorre in maniera plastica alla soddisfazione del diritto del cittadino ad avere un giudice terzo rispetto sia all’avvocato della difesa che al magistrato della pubblica accusa.
Ne deriva che il quesito referendario non potrà essere prospettato come un pendolo che oscilla tra riformismo e conservazione, e pertanto non può essere svenduto come una conquista della destra, nel dichiarato intento di instradare il cittadino e in particolare, l’elettore di sinistra a votare contro la riforma.
La separazione delle carriere non è, dunque, una suggestione della destra. Anche per smontare tale irragionevole presunzione vogliamo farci interpreti di un dibattito sulle ragioni della riforma con il fine di stabilire, all’esito del confronto, che vogliamo libero da pregiudizi di schieramento politico, se la riforma approvata consenta o no equilibrio tra le parti e, pertanto, sia utile a garantire la parità di posizioni tra i soggetti del processo.
Vogliamo anche che venga opportunamente riconosciuto che la riforma è necessaria anche per dare attuazione dell’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali, specie considerato che numerose sentenze della corte di Strasburgo hanno condannato il sistema giudiziario italiano per violazione dei principi di garanzia dei cittadini.
Uno Stato che proclama il cittadino innocente fino alla prova del contrario, deve avere a presidio di tale principi un giudice imparziale e terzo che sappia decidere, con equilibrio, sulle richieste del Pubblico Ministero e su quelle della difesa.
E’ questo l’unico punto che ha valore politico. La riforma è una conquista riformista che appartiene alla nostra cultura garantista. Socialisti, liberali, democratici, riformisti, riformatori, laici e cattolici, aderendo al “Comitato Giuliano Vassalli” si pongano a difesa della riforma per una giustizia giusta.



