Tutto il Governo Meloni celebra una presunta “ripresa salariale” a suon di post e dichiarazioni trionfalistiche, il nuovo rapporto ISTAT 2025 racconta un’altra storia.
Tra confusione di dati, narrazioni fuorvianti e stagnazione reale, l’Italia resta il fanalino di coda d’Europa sulla crescita dei salari. Serve una politica economica seria, non una campagna social permanente.
In Italia, la politica ha ormai sostituito l’economia con la narrazione. Basta un video ben confezionato su TikTok, qualche battuta durante il question time, ed ecco che i problemi complessi diventano trionfi semplici. Peccato che i numeri, quelli veri, abbiano la brutta abitudine di restare lì, testardi, a ricordarci come stanno davvero le cose. È il caso dei salari in Italia e delle dichiarazioni – a dir poco ottimistiche – della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
A fine aprile, la premier ha diffuso un video in cui dichiarava che i salari italiani hanno finalmente invertito la rotta: dopo anni di perdita di potere d’acquisto, finalmente – a suo dire – sarebbero tornati a crescere, e pure meglio che nel resto d’Europa. Il problema? L’ISTAT, con il suo Rapporto annuale 2025, pubblicato il 21 maggio, ci racconta un film completamente diverso.
Rebus retribuzioni: il trucco è nella definizione – Il primo scivolone della narrazione meloniana è tecnico, ma fondamentale: confondere le “retribuzioni lorde annue per dipendente in termini reali” con le “retribuzioni contrattuali orarie”. Due indicatori diversi, due storie diverse. Le prime misurano quanto effettivamente guadagna ogni anno un lavoratore, tenendo conto dell’inflazione. Le seconde indicano quanto previsto dai contratti collettivi per ogni ora di lavoro. E non sempre questi due mondi si parlano.
Quando Meloni dice che i salari sono tornati a crescere oltre l’inflazione, parla – senza dirlo – delle retribuzioni contrattuali orarie. Ed è vero che, da fine 2023, queste hanno visto un miglioramento. Ma ciò dipende più dal rallentamento dell’inflazione e dai rinnovi contrattuali che da una nuova strategia economica del governo.
Peccato che nei primi mesi del 2025, queste stesse retribuzioni orarie siano ancora inferiori ai livelli del 2021. E se allarghiamo lo sguardo alle retribuzioni lorde reali – quelle che davvero incidono sulla vita delle persone – la fotografia diventa ancora più impietosa.
L’Italia è l’ultima della classe Nel grafico pubblicato dall’ISTAT, a pagina 35 nel nuovo rapporto, la curva italiana è la più fiacca. Prendendo il 2019 come anno base (valore 100), vediamo che le retribuzioni reali italiane nel 2024 non sono ancora tornate a quei livelli. Un dato preoccupante, specie se confrontato con gli altri grandi Paesi europei:
- La Spagna è sopra i livelli 2019 di circa 4 punti.
- La Germania, pur con un’inflazione più alta, ha registrato una crescita salariale maggiore di quella italiana.
- La Francia tiene il passo, con un trend simile o leggermente inferiore.

E noi? Ancora sotto. Ancora dietro. Ancora zavorrati da anni di stagnazione salariale strutturale, politiche industriali assenti e una produttività che non decolla.
La verità che la propaganda ignora – Non basta un anno – peraltro non brillante – per parlare di inversione di tendenza. E non basta nemmeno spostare l’indicatore per “dimostrare” un successo politico. Perché i salari reali sono il risultato di anni, decenni di politiche (o non-politiche) su lavoro, innovazione, contrattazione collettiva. E gli effetti di un governo non si misurano a colpi di video social, ma di coerenza nel tempo.
Il tentativo della presidente del Consiglio di intestarsi una “ripresa” che non c’è – o che è troppo fragile per reggere – è più che una forzatura: è una strategia di distrazione. Si parla di numeri scelti ad arte per nascondere le responsabilità del presente. Ad esempio: nel 2023, primo anno interamente a guida Meloni, i salari reali sono ulteriormente calati rispetto al 2022. Non un dettaglio.
Serve più Europa, non meno verità – Il nodo salariale italiano è storico, ma non insolubile. Serve una politica riformista, che metta al centro il lavoro vero: con una riforma fiscale che premi chi lavora, con il rafforzamento dei salari minimi contrattuali, con investimenti pubblici e privati in settori ad alto valore aggiunto. E serve, soprattutto, una rinnovata contrattazione collettiva, che oggi soffre di frammentazione e debolezza.
Invece, si continua a rifiutare ogni forma di salario minimo legale, si marginalizzano le proposte sindacali, si difende un modello produttivo a bassa innovazione e alto sfruttamento. È l’Italia dei lavoretti, dei contratti pirata, dei giovani che scappano all’estero. Ed è un’Italia che non può ripartire davvero finché i salari resteranno fermi mentre i prezzi salgono.
Non è una guerra di numeri, è una questione di giustizia – La disuguaglianza salariale in Italia non è solo un problema economico, è una ferita democratica. Quando il potere d’acquisto scende, scende anche la fiducia nelle istituzioni. Quando il lavoro non garantisce una vita dignitosa, le persone si allontanano dalla politica, o peggio si rifugiano nel rancore, nel populismo, nell’illusione dell’uomo forte.
Per questo, restituire dignità al lavoro è oggi la priorità assoluta per chiunque voglia una società più giusta. Ma non lo si fa con slogan o manipolazioni e nemmeno con referendum ipocriti, lo si fa con scelte di prospettiva e con “pensieri lunghi”.



