Il nuovo Rapporto Censis racconta un Paese che vive grazie alle pensioni, mentre il ceto medio crolla e i giovani perdono il futuro. Non è solo crisi economica: è una frattura psicologica e sociale che svuota la fiducia nel domani.
Ogni dicembre, quando esce il Rapporto Censis, per me è un piccolo rito. So già che molte cose saranno le solite, quelle che tutti conoscono ma fingono di non vedere. Però almeno — finalmente — qualcuno prova a leggere l’Italia con uno sguardo sociale, etico, quasi morale. Una voce che un tempo era comune e oggi sembra scomparsa nel rumore di fondo del dibattito pubblico. Certo, a tratti il Censis pare più narrativo che scientifico, ma proprio per questo è un balsamo nel deserto del piattume generale.
E quest’anno la fotografia è impietosa: negli ultimi 15 anni la ricchezza degli italiani è crollata dell’8,5%. Non è una statistica: è un crollo verticale del nostro benessere. Tanto che in una famiglia su due sono i pensionati a tenere in piedi tutto il resto della casa. Figli, nipoti, intere generazioni: rette economicamente da chi la propria vita lavorativa l’ha già alle spalle. È devastante.
Il nuovo Rapporto Censis 2025, dal titolo “L’Italia nell’età selvaggia”, racconta un’Italia che sembra vivere sospesa, come se trattenesse il fiato: da una parte la nostalgia di una stabilità che ormai non esiste, dall’altra la percezione crescente che qualcosa, nel profondo, si sia rotto per davvero. Il ceto medio, quello che per decenni ha portato il Paese sulle spalle, oggi traballa, schiacciato da un miscuglio di incertezze, inflazione, fragilità economica e un senso di insicurezza che morde ogni giorno.
Ma è dentro le famiglie che il quadro diventa ancora più chiaro. Sempre più figli adulti sopravvivono grazie alla pensione dei genitori. Non si tratta più di “dare una mano ogni tanto”, ma di un sostegno stabile, strutturale, senza il quale molti non arriverebbero alla fine del mese. Lavori precari, stipendi bassi, case troppo care, un percorso di studio che pesa come un mutuo: i giovani e gli adulti in età lavorativa arrancano, mentre i nonni diventano l’unico vero welfare funzionante del Paese.
Questa dinamica crea una distorsione enorme, quasi innaturale. È il segno più evidente di una frattura generazionale che nessuno ha il coraggio di affrontare davvero. I giovani non riescono a immaginare il proprio futuro: rinviano scelte fondamentali — la casa, la famiglia, i figli — e vivono una vita “a tempo”, senza mai sentirsi davvero stabili. E quando la stabilità non arriva, a crescere è solo la precarietà. Non solo economica: mentale, esistenziale.
Perché il vero dramma non si misura solo in euro. È nella testa, nel cuore, nella cultura collettiva. È la sensazione sempre più diffusa che da soli non ce la si possa fare, che ogni sforzo sia inutile se non c’è qualcuno dietro a sostenerti. È la sfiducia che mangia la speranza, giorno dopo giorno.
Il Censis, più che lanciare l’ennesimo allarme, ci mette davanti a uno specchio scomodo: e in quello specchio, volenti o nolenti, ci siamo tutti. Ed è proprio da qui — da questa consapevolezza cruda — che dovrebbe partire un vero cambio di direzione. Politico, economico, sociale. Collettivo.



