L’astensionismo ci sta rubando il futuro

Una riflessione sull’astensionismo che ci riguarda da vicino e una proposta concreta per restituire voce ai cittadini, a partire da Nocera.

Ci sono numeri che non fanno riflettere: fanno paura. Alle regionali, più della metà degli aventi diritto è rimasta a casa. Significa che quattro persone su dieci hanno deciso il futuro di tutte e dieci. Gli altri? Hanno consegnato la propria voce al silenzio, come se la democrazia potesse funzionare in modalità “pilota automatico”.

E il motivo non è solo pigrizia. C’è qualcosa di più profondo, quasi un meccanismo di difesa. Il nostro cervello adora risparmiare energia, e quando sente parlare di politica entra in modalità “non disturbare”. Ci sussurra: “Tanto è tutto uguale… non serve a niente… decidono sempre gli altri.” È una scorciatoia mentale, un’autoillusione che ci fa evitare l’ansia, la frustrazione e la delusione. Rinunciare a scegliere per non soffrire.

Ma dietro il non-voto non c’è il vuoto. C’è rabbia trattenuta, sfiducia sedimentata, e un enorme senso di impotenza. Per proteggersi da tutto questo si sceglie l’anestesia: “Se non partecipo, non mi faccio male.” Solo che questa anestesia non addormenta solo il dolore: addormenta anche la democrazia.

Ed è così che nasce il paradosso più pericoloso: quando la minoranza diventa padrona. Se alle urne va meno della metà, chi vince rappresenta una fetta ristretta del Paese. È la logica delle “dittature morbide”: non ti tolgono il diritto di voto. Ti lasciano l’abitudine a non usarlo.

E allora forse è il caso di ricordarci cosa vuol dire davvero “sovranità popolare”. Non è una formula da libro di educazione civica. È un avvertimento: il potere esiste comunque. Se tu non ci sei, qualcun altro lo userà. E prima o poi lo userà anche contro di te. La democrazia non crolla all’improvviso: muore un’astensione alla volta.

Per questo non votare è sì una scelta, ma non è affatto neutra. Ogni volta che resti a casa stai dicendo tre cose:
mi sta bene che decidano gli altri; accetto qualunque direzione prenda il Paese; rinuncio alla mia parte di responsabilità. Il problema è che chi quella responsabilità se la prende, decide anche per te.

Certo, il nostro cervello è stanco. È sovraccarico da anni di comunicazione politica tossica, rissosa, aggressiva, mal costruita. Si è creato una corazza, una barriera immunitaria contro un linguaggio che percepisce come distante e fastidioso. È comprensibile: il cervello si difende dal dolore. E la politica, negli ultimi anni, di dolore ne ha generato parecchio.

La polarizzazione estrema, la semplificazione costante, la comunicazione incapace di spiegare e coinvolgere — soprattutto da una certa area progressista — hanno creato un mondo dove scegliere sembra complicato, inutile, persino sgradevole. E i social, con la loro sovrastimolazione continua, peggiorano tutto.

Ma tutto questo non è un lasciapassare per arrendersi. Non ci autorizza a smettere di capire, scegliere, orientare. Non ci esonera dal partecipare al mondo in cui viviamo — e a quello in cui vivranno i nostri figli e i nostri nipoti.

La verità è semplice e scomoda: la democrazia non ci spetta di diritto. È una pianta che cresce solo se qualcuno la cura. Non possiamo accusare i partiti di destra-destra della deriva autoritaria — quella è nel loro DNA — se poi siamo noi, con la nostra astensione, a consegnare loro le chiavi del Paese.

Anche nelle nostre città la distanza tra cittadini e istituzioni sta diventando strutturale. Questa distanza genera sfiducia, rassegnazione, astensionismo: la miscela perfetta per alimentare populismi, divisioni, paure.

La verità è che la democrazia, anche quella locale, diventa debole perché mancano strumenti e infrastrutture di partecipazione. I Sindaci, gli amministratori i consigli comunali da soli non bastano se interi quartieri non hanno voce, se pezzi di comunità restano fuori.

Crediamo sia urgente intervenire, per questo, come CambiaMenti, stiamo lavorando ad una proposta che renderemo pubblica nei prossimi giorni e sulla quale vorremmo coinvolgere quanti più nocerini possibile.

È l’unico modo per dare un contributo concreto e provare a contrastare questa tendenza pericolosa, partite dal proprio territorio e dare il proprio contributo. La partecipazione non è un fastidio né un rituale: è la condizione minima perché la democrazia valga ancora la fatica di difenderla. La democrazia partecipata non è un orpello: è un presidio di libertà, pluralismo, giustizia sociale e difesa del territorio.

Se vogliamo cambiare davvero le cose, dobbiamo cominciare da qui: dalle strade, dalle piazze, dai quartieri. Dalla gente che ancora crede che la politica serva a migliorare la vita, non a raccontarla.

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