Il referendum 2026 ha rivelato un elettorato giovane, mobile e intermittente che non si riconosce nei partiti tradizionali. Un voto di opinione, non di appartenenza: ecco cosa significa davvero.
C’è una tentazione fortissima, in queste ore, dentro la politica italiana (soprattutto a sinistra): mettere il cappello sul voto referendario. Dire “abbiamo vinto”, dire “quel voto è nostro”, dire “gli elettori sono tornati con noi”. È una tentazione comprensibile. Ma è anche, molto probabilmente, un errore.
Perché il voto del referendum 2026 non appartiene a nessuno. E soprattutto non appartiene automaticamente a chi oggi pensa di averlo vinto.
Le analisi sui flussi elettorali della Fondazione Istituto Carlo Cattaneo, le ricerche di Ipsos, i sondaggi di SWG e dell’Istituto Ixè dicono tutte la stessa cosa: non è stato un voto di schieramento. Non è stato un voto “di destra” o “di sinistra”. È stato, in buona parte, un voto trasversale, mobile, intermittente.
Dentro questo voto c’è un pezzo d’Italia che la politica continua a non vedere. Giovani al primo voto. Studenti. Lavoratori precari. Persone che non votano sempre. Cittadini che non si riconoscono nei partiti ma che, su alcune questioni, decidono di partecipare. Gli studiosi li chiamano elettori intermittenti: entrano ed escono dalla politica, non hanno appartenenze stabili, non votano per identità ma per temi.
Ed è qui che sta il punto. Questo non è un voto di appartenenza. È un voto di opinione. È un voto tematico. È un voto che nasce su una singola questione, non su una bandiera.
Una parte di questi elettori non è tornata alle urne perché ha ritrovato un partito. È tornata perché su quel tema ha sentito che era giusto votare. È una differenza enorme. Ed è una differenza che la politica farebbe bene a capire, invece di affrettarsi a intestarsi il risultato.
Perché la vera domanda non è chi ha vinto. La vera domanda è: chi è tornato a votare e perché lo ha fatto?

Se guardiamo bene, vediamo un elettorato giovane, a cui è stato in parte impedito di votare (voto fuorisede), spesso istruito, spesso urbano, spesso precario, che non si colloca stabilmente né a destra né a sinistra, che diffida dei partiti, che non partecipa alla vita politica organizzata, ma che si mobilita quando percepisce che su una questione concreta — la guerra, Gaza, l’Ucraina, il lavoro precario, i diritti, l’ambiente, la giustizia sociale — si gioca qualcosa che lo riguarda direttamente.
Quindi come descrivere questo elettorato ?
È un elettorato più radicale sui temi, ma più distante dalla politica. Più esigente, ma meno fedele. Più disponibile a votare, ma meno disposto a farsi rappresentare automaticamente.
E qui sta l’errore che qualcuno rischia di fare: pensare che questo elettorato sia già di qualcuno. Non è così. Non lo è oggi e non lo sarà domani.
Se questo elettorato non troverà una rappresentanza politica credibile, non resterà fermo. Potrà tornare nell’astensione, certo. Ma potrà anche spostarsi verso movimenti civici, movimenti tematici, movimenti ambientalisti, reti territoriali, o verso quella sinistra che oggi sta fuori dai perimetri politici tradizionali.
La storia politica italiana degli ultimi trent’anni funziona spesso così: prima nasce un elettorato che non si sente rappresentato, poi qualcuno — fuori dai partiti tradizionali — prova a rappresentarlo. I partiti, di solito, arrivano dopo. Sempre dopo.
Per questo il referendum è uno strumento particolare: quando si vota su un tema e non su un partito, emergono elettorati che normalmente non si vedono. Persone che alle politiche restano a casa, che alle europee non votano, che alle regionali disertano, ma che su alcune questioni decidono di partecipare.
Il referendum, più che misurare i rapporti di forza tra i partiti, misura gli umori profondi della società.
E quello che questo referendum ci dice è molto chiaro: in Italia esiste un elettorato mobile, intermittente, senza appartenenze stabili, che oggi non si sente rappresentato da nessuno. Pensare di poterselo intestare senza rappresentarlo davvero è un’illusione. E, forse, anche un errore politico destinato a pagarsi nel tempo.
Forse la politica dovrebbe smettere di chiedersi “di chi è questo voto” e iniziare a chiedersi “perché queste persone votano solo quando i partiti non ci sono”.
Perché se votano quando non ci sono i partiti e tornano a casa quando ci sono i partiti, allora il problema non è l’incostanza degli elettori.
Il problema, molto più semplicemente, è la politica.
Fonti
- Fondazione Istituto Carlo Cattaneo – Analisi dei flussi elettorali del referendum sulla giustizia 2026
- Ipsos – Analisi socio-demografica e partecipazione elettorale
- SWG – Comportamenti elettorali e orientamenti politici
- Istituto Ixè – Segmenti elettorali e partecipazione



