Tanto i treni si fermano sempre meno. E quando si fermano, fanno sono in ritardo. La provocazione è volutamente eccessiva. Ma il problema che ci sta dietro non lo è per niente.
Dal 10 maggio al 29 giugno la linea storica Napoli-Salerno via Cava de’ Tirreni è sospesa. Quaranta giorni. Per un territorio come l’Agro nocerino-sarnese, che su quella tratta costruisce ogni mattina la propria connessione con il resto del mondo, non si tratta di un disagio temporaneo da gestire con qualche bus sostitutivo in più: è l’ennesima dimostrazione plastica di quanto questo comprensorio sia scivolato, progressivamente e inesorabilmente, ai margini delle priorità regionali e nazionali.
Lo sanno bene i pendolari che ogni mattina si alzano prima per recuperare il tempo perso sulle coincidenze. Lo sanno gli studenti che arrivano tardi alle lezioni. Lo sa chiunque provi a muoversi in questo territorio senza contribuire ad aggravare un carico di traffico già ampiamente oltre la soglia di sostenibilità.
Il problema non nasce oggi
Vale la pena dirlo con chiarezza, prima di addentrarsi nel merito: questa non è un’emergenza improvvisa. È una crisi strutturale, sedimentata nel tempo, costruita mattone su mattone da scelte e non scelte che attraversano stagioni politiche diverse, giunte diverse, maggioranze diverse, amministratori diversi. La linea storica Napoli-Salerno via Cava ha perso frequenze, velocità e capacità nel corso degli anni, in un territorio densamente popolato e già congestionato su gomma, senza che nessuno riuscisse o volesse invertire la rotta.
I lavori in corso, per quanto necessari, aggiungono un carico temporaneo su una situazione già fragile. Rete Ferroviaria Italiana installerà il sistema Ertms, tecnologia avanzata per la gestione del traffico ferroviario, con l’obiettivo di migliorare la regolarità e aumentare la capacità della linea. Un investimento di circa 60 milioni di euro, sostenuto anche da fondi PNRR. Nel medio-lungo periodo, se le promesse verranno mantenute, i benefici ci saranno. Nel breve, i pendolari dell’Agro pagano un conto che non hanno contribuito ad accumulare.
Il rimpiattino dell’indignazione
In queste ore, intorno a questo problema, si è scatenata la reazione prevedibile. Post, comunicati, convocazioni urgenti, dichiarazioni indignate. Ognuno ha indicato il suo colpevole: la Regione che gestisce male, Trenitalia che non comunica, il Governo che non investe, l’Europa che detta le condizioni. Tutto vero, peraltro, in misura variabile.
Ma c’è una cosa che colpisce, leggendo con attenzione questi interventi: nessuno sta parlando con gli altri. Ognuno parla al proprio pubblico, nel proprio angolo, con il proprio obiettivo. Alcuni di coloro che oggi affidano la propria indignazione a un comunicato hanno avuto, in qualche momento di questa storia, responsabilità dirette e strumenti concreti per provare a cambiare le cose. Non lo dico per attaccare nessuno. Lo dico perché è utile ricordarlo, se vogliamo ragionare seriamente invece di limitarci a commentare.
Il risultato di questo rimpiattino è sempre lo stesso: tanto rumore, nessuna pressione reale su chi potrebbe effettivamente cambiare qualcosa, nessuna visione che vada oltre l’emergenza del giorno.
La strada è semplice, almeno nell’impostazione
Fare massa critica su questo tema significa una cosa precisa: smettere di parlare ciascuno nel proprio recinto e costruire una posizione comune, trasversale, che arrivi alle istituzioni competenti con la forza di un territorio unito.
I sindaci del comprensorio nocerino-sarnese hanno gli strumenti per farlo. Basterebbero un tavolo, una posizione condivisa e una delegazione che la porti in Regione con una richiesta precisa e una scadenza. Non un comunicato a testa: una voce sola. I partiti, se hanno ancora una funzione oltre quella di alimentare il dibattito sui social, potrebbero supportare questa iniziativa invece di competere per chi urla più forte o chi arriva primo con il post.
E i cittadini, i pendolari, gli studenti potrebbero scendere in piazza. Per una buona ragione, questa volta. Per una battaglia giusta, concreta e potenzialmente vinta, se affrontata con la serietà che merita.
La domanda che vale la pena fare
Quando i cantieri finiranno e la linea riaprirà, il problema di fondo resterà aperto: che tipo di collegamento ferroviario vogliamo per questo territorio nei prossimi vent’anni? Quante corse, con quali tempi, con quale integrazione con il trasporto locale? Come si collega la stazione di Nocera Inferiore con il resto della città? Come si riduce la dipendenza dall’auto in un comprensorio che soffoca nel traffico?
Queste sono le domande che una classe dirigente seria dovrebbe porsi adesso, non dopo. Non aspettando la prossima sospensione per riscoprire il problema e affidarlo a un post.
Se qualcuno vuole costruire questa cosa invece di commentarla, sa dove trovarmi.



