La salute mentale riguarda tutti, ma è ancora segnata da stigma, silenzi e disuguaglianze: dalla testimonianza di Papa Francesco alla rivoluzione della Legge Basaglia, tra diritti negati, mancanza di accesso alle cure e la necessità di una nuova cultura del benessere psicologico.
Un argomento spesso evitato, temuto più di molte malattie incurabili, è la salute mentale. Eppure riguarda tutti, indistintamente.
Lo ha dimostrato anche Papa Francesco che, in un’intervista del 2017, ha raccontato con disarmante sincerità un momento delicato della sua vita: “Per mesi, andavo da una psicanalista ebrea. Mi ha aiutato molto, quando avevo 42 anni.”
Era il periodo della dittatura militare in Argentina, e il giovane gesuita Jorge Mario Bergoglio si trovava in una fase di grande stress e confusione. La terapia lo aiutò a mettere ordine nelle emozioni, a conoscersi meglio.
Un gesto di umanità e di coraggio che manda un messaggio chiaro: anche chi guida milioni di persone può aver bisogno di sostegno psicologico. La salute mentale è un diritto, non un’eccezione. In Italia, oltre 3 milioni di persone convivono con la depressione. Una persona su quattro sperimenterà, nel corso della propria vita, un disturbo mentale.
Tuttavia, il 70% di chi soffre non riceve alcun tipo di aiuto.
Le ragioni? Vergogna, paura, stigma sociale, mancanza di accesso ai servizi. Le conseguenze sono enormi, anche sul piano economico: si stimano fino a 20 miliardi di euro persi ogni anno in produttività, e una riduzione del PIL pari allo 0,7-1%. Ma il costo più alto lo pagano le persone che soffrono in silenzio.
Circa il 60-70% di chi ha bisogno di aiuto psicologico non lo riceve né lo chiede.
Eppure, non è sempre stato così. Una grande rivoluzione nella salute mentale italiana cominciò nel 1978 con la Legge Basaglia, dal nome dello psichiatra Franco Basaglia.
Con questa legge l’Italia diventò il primo Paese al mondo a chiudere i manicomi, veri e propri luoghi di reclusione e alienazione, dove la sofferenza veniva punita invece che curata. Uno dei simboli più forti di quella stagione fu la chiusura del manicomio di Nocera Inferiore, un luogo che molti testimoni hanno descritto come un lager piuttosto che un ospedale.
Strutture fatiscenti, violenze fisiche e psicologiche, isolamento, nessuna dignità per i pazienti. Con la legge Basaglia si affermò il principio che la persona con disagio psichico ha diritto alla cura, alla libertà e alla vita sociale. Ma da allora il percorso è stato lento, a tratti contraddittorio.
Oggi la percezione della salute mentale è cambiata, ma lo stigma resiste. La richiesta di aiuto è ancora vista da molti come segno di debolezza, anziché come gesto di coraggio. Il sistema sanitario, purtroppo, non sempre riesce a rispondere: pochi psicologi nella sanità pubblica, liste d’attesa interminabili, accesso limitato per chi non può permettersi un supporto privato.
Eppure esempi virtuosi esistono. L’Argentina, ad esempio, è il Paese con più psicologi al mondo pro capite: circa uno ogni 140 abitanti, e uno ogni 30 nella capitale Buenos Aires. Una cultura diffusa della psicoanalisi e della cura emotiva, condivisa anche da figure celebri come Borges, Cortázar, Maradona e, appunto, Papa Francesco.
In un mondo in cui chiedere aiuto è ancora un tabù, esperienze come quella argentina mostrano che la mente si può curare, e senza vergogna. L’importante è iniziare a parlarne. Senza silenzi. Senza paura. Perché la salute mentale riguarda tutti.
E curarla è un atto di responsabilità collettiva.


