Un governo allergico ai controlli

La riforma della Corte dei Conti come scelta politica: meno responsabilità, meno garanzie, più rischi per i cittadini

La riforma appena approvata sulla Corte dei Conti non è solo un intervento tecnico: è un segnale politico forte, quasi un manifesto. Dietro la retorica della “sburocratizzazione” si nasconde un’idea chiara: ridurre al minimo i vincoli che frenano l’azione del governo, anche quando questi vincoli si chiamano controllo di legalità e tutela dell’interesse pubblico.

Il cuore della riforma è lo scudo erariale permanente: non più misura emergenziale già in vigore in maniera transitoria,ma regola strutturale. Anche la colpa grave viene sterilizzata.In sintesi si afferma il principio che chi sbaglia paga poco, e il resto lo copre la collettività. Già la definizione di colpa grave data dalla legge genera non poche perplessità, essendo diversa da quella scritta nel codice degli appalti dallo stesso Governo,-indice di una certa superficialità nell’affrontare argomenti complessi,-ma essa risulta inapplicabile in molte fattispecie concrete. In sostanza, affermato da una sentenza l’esistenza di un danno erariale pari a 100, posto che il responsabile risarcisce per il 30,il restante 70 come si recupera? Resta a carico del cittadino che paga le tasse? E a fronte di un danno accertato da una sentenza, l’amministrazione può rimanere inerte e non recuperare il restante 70? Il rischio di ulteriori procedimenti innanzi al giudice civile è un’eventualità che la nuova legge non può escludere.

Altro punto fondamentale:si introduce il silenzio-assenso sui controlli preventivi richiesti dalla Pubblica amministrazione: se la Corte non si pronuncia entro 30 giorni, l’atto passa e chi lo ha scritto non ne risponde successivamente,essendo aboliti i controlli concomitanti: niente più verifiche in corso d’opera, salvo richiesta esplicita. La conseguenza più probabile sarà la paralisi della Corte dei Conti subissata di richieste di controlli preventivi.
Infine si introduce la gerarchizzazione delle Procure della Corte dei Conti: un’indagine di un sostutituto Procuratore dovrà avere il visto sia del Procuratore regionale della Corte che di quello Nazionale. Il diavoletto sembra suggerire che cosi , influenzando il Procuratore nazionale, si possano in qualche modo controllare tutte le indagini di competenza della Corte dei Conti.
È vero che la legge sembra recepire una sentenza della Corte Costituzionale,la n.132 del 2024,che si era pronunciata a favore del tetto del risarcimento del danno,ma come dice un vecchio adagio, il legislatore si è preso la mano oltre al dito che gli era stato offerto dai giudici costituzionali.
Ci sarebbe inoltre molto da discutere anche su quella sentenza che non si limita a valutare i profili di costituzionalità di una norma ,ma suggerisce le linee su cui deve muoversi la legislazione futura: il rischio così di un’alterazione degli equilibri istituzionali è in effetti preoccupante.
Al di là dei tecnicismi,il messaggio politico
della riforma racconta di un governo che non sopporta i controlli. Li percepisce come ostacoli, non come garanzie.

Il rischio, quando si indeboliscono i presìdi di legalità, è che il confine tra efficienza e arbitrio diventa sottile. Si apre la porta a sprechi, opacità, e a una cultura amministrativa dove l’errore non è più deterrente. Il cittadino, che dovrebbe essere il beneficiario delle riforme, rischia di diventare il pagatore silenzioso dei danni.
L’Insofferenza ai controlli non è solo una sensazione: è ormai una strategia. E questa riforma ne è un’ ulteriore prova.

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