Rogoredo, la verità che brucia

Quando la propaganda si schianta contro la verità. Dalla medaglia al carcere in poche settimane: il caso Cinturrino smonta la narrazione della destra, rilancia il ruolo delle indagini e svela quanto sia pericoloso gridare prima che la verità venga accertata

Il 26 gennaio, esattamente un mese fa, a Rogoredo, un uomo di origine marocchina viene ucciso da un poliziotto. Pochi minuti dopo, la macchina della propaganda è già in moto. Post, dichiarazioni, dirette tv. “Sempre dalla parte del poliziotto”. “Merita una medaglia”. “Più legittima difesa di così”.
E soprattutto attacchi a social unificati alla magistratura “politicizzata” colpevole di aver aperto un “fascicolo odioso”.

I nomi dei protagonisti sono noti: Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Matteo Piantedosi, Galeazzo Bignami, Silvia Sardone, etc. Tutti pronti a raccontare come fossero andate le cose. Subito, senza attendere, senza dubbi.

Poi, giorno dopo giorno, arrivano i fatti.

Il poliziotto Carmelo Cinturrino viene fermato con l’accusa di omicidio volontario e omissione di soccorso. Secondo gli atti, Mansouri era disarmato. Stava scappando, era al telefono. La pistola trovata accanto al corpo – una Beretta 92 con tappo rosso – non sarebbe stata sua. Sarebbe stata portata dopo, posizionata lì. Una scena costruita mentre il ragazzo agonizzava a terra. Per ventitré minuti.

Ventitré minuti prima di chiamare i soccorsi.

E ora? Silenzio.

Niente più gazebo. Niente più raccolte firme. Niente più medaglie invocate in tv. Nessuna parola, nessuna scusa.

Eppure questo caso è più grande di un singolo agente. È il simbolo di un’idea pericolosa: che chi indossa una divisa abbia ragione “a prescindere”. Che le indagini siano un affronto. Che il controllo sia un fastidio. Che la magistratura debba essere “riformata” quando tocca i potenti o smentisce la narrazione politica.

È la stessa logica che ha tentato di infilare uno scudo penale nel decreto sicurezza. È la stessa retorica che guarda al “modello ICE” americano, dove la forza diventa messaggio politico. È la tentazione di trasformare ogni tragedia in un’arma elettorale, perfino in vista di un referendum sulla giustizia.

Ma le indagini servono proprio a questo. A verificare, a smentire, a impedire che un eventuale colpevole resti in servizio. A evitare che chi sbaglia – poliziotto, medico, prete o politico – sia sottratto alla legge.

Lo Stato di diritto funziona così: nessuno è sopra la legge. Nessuno è intoccabile. Nessuno è “sempre nel giusto”.

Se oggi conosciamo un’altra versione dei fatti è perché esistono pubblici ministeri che aprono fascicoli anche quando vengono attaccati.
È perché la magistratura continua a fare il proprio dovere, nonostante le pressioni, le delegittimazioni, gli insulti.
È perchè i poliziotti non sono tutti come Cinturrino, perchè non hanno timore di fare pulizia.
È perchè, come ha dichiarato il capo della Polizia Vittorio Pisani, “Lo stato di diritto non è un principio giuridico astratto, noi per primi siamo tenuti a dimostrarlo concretamente ogni giorno perché è un metodo di lavoro

E allora la domanda è semplice: cosa sarebbe accaduto senza quelle indagini?
Forse oggi parleremmo di un eroe. Con una medaglia appuntata sul petto.

Invece parliamo di un uomo fermato per omicidio volontario.

Questa è la differenza tra propaganda e giustizia. Tra tifo e verità.

E ricordiamocelo, la prossima volta che qualcuno ci chiederà di “riformare” la magistratura a colpi di slogan.

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