Psicoanalisi del voto: tra autoinganni, narcisismi e spettacolo politico

Perché comprendere la politica oggi richiede più psicologia che numeri.

Giuro, stavo provando a scrivere un’analisi del voto “tradizionale”, quelle zeppe di numeri, dati, indicatori, interessi materiali, appartenenze sociali, contesto nazionale e particolare locale, così come ci hanno insegnato nelle nostre “chiese”, ma ho desistito.
Sarebbe stato troppo noioso e, sicuramente, poco social.

Credo, invece, sia molto più “interessante” (o divertente ?) leggere le tante “psicoanalisi” del voto che, fin dai primi exit poll, ci offrono una spaccato assolutamente degno della città di Levi Bianchini.
Si passa dalla tipica razionalizzazione (è colpa di qualcuno/qualcosa) alla negazione (abbiamo vinto moralmente), dallo spostamento (è colpa di chi non mi ha votato) alla scissione (chi vince è cattivo e viceversa), dalla idealizzazione del proprio campo (la Meloni è …) al narcisismo di gruppo (siamo al Governo …), etc etc

La politica è altro ma anche, sempre di più, tutto questo.
E così le elezioni si trasformano in uno “spettacolo”, in un concorso a premi, in una gara di slogan vuoti e irrealistici, in una fiera delle vanità e delle ambizioni personali.

In questo contesto diventa sempre più complicato parlare di temi concreti, di programmi, di proposte … di politica insomma.
Quella non “disintermediata”, quella fatta di competenza, di esperienza, di passione, di militanza, di comunità, quella che tanto ci manca e che continuiamo ostinatamente a preferire e a ricercare.

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