Nobel per la Pace alla città di Minneapolis

Mentre gli Stati Uniti sono in fiamme, Giorgia Meloni si augura di poter dare il Nobel alla pace a Trump. Se quel premio ha ancora un senso, oggi dovrebbe andare a Minneapolis e a chi ha pagato con la vita la resistenza alla violenza dello Stato

Non sono mai stato incline a leggere ogni fatto grave come il segnale di un’imminente catastrofe. Ho sempre diffidato delle narrazioni apocalittiche, dell’allarme permanente, dell’uso strumentale della paura.
Eppure, negli ultimi mesi, qualcosa è cambiato, negli Stati Uniti la violenza non è più un eccesso: è diventata sistema. Metodo, linguaggio politico.

In questo contesto, l’augurio di Giorgia Meloni di poter dare presto a Donald Trump il Premio Nobel per la Pace non è solo discutibile, è politicamente grave.
Perché non si tratta di una boutade diplomatica o di un’ingenuità. È una scelta di campo, servile ma chiara. È la legittimazione simbolica di un modello di potere che, oggi, sta mostrando il suo volto più crudo.

Nonostante quello che sta accadendo a Minneapolis.
Una città che da anni è diventata l’epicentro della violenza “di stato” americana. Nel 2020 fu George Floyd, ucciso dalla polizia locale, a squarciare il velo dell’ipocrisia democratica. Oggi, nello stesso luogo, è la violenza federale dell’Immigration and Customs Enforcement a colpire.

Qui sono stati uccisi Alex Pretti, infermiere incensurato colpevole di documentare un abuso con una fotocamera, e Renée Good, ammazzata durante un’operazione di enforcement. Qui bambini vengono arrestati e deportati. Qui lo Stato non protegge più: irrompe, colpisce, terrorizza.
E mentre tutto questo accade, il Presidente degli Stati Uniti definisce “patrioti” gli agenti responsabili di queste morti.

In questo scenario, proporre Trump per il Nobel per la Pace significa svuotare quel premio di ogni senso. Significa rovesciarne il significato originario. La pace non è l’assenza di conflitto ottenuta con la paura. Non è l’ordine imposto con le armi. Non è il silenzio che segue la repressione.

Se davvero vogliamo parlare di Nobel, allora il nome giusto non è quello di chi governa la violenza, ma di chi la subisce e la denuncia.
Se quel premio ha ancora un senso e un valore simbolico, oggi dovrebbe andare a Minneapolis: a una comunità che resiste, che non si abitua, che continua a testimoniare nonostante il prezzo altissimo pagato in termini di vite umane.

Dare il Nobel a Minneapolis significherebbe riconoscere il coraggio civile di una città che rifiuta la normalizzazione dell’abuso. Significherebbe stare dalla parte delle vittime, non dei carnefici.
Tutto il resto è propaganda. Ed è una propaganda che, anche in Europa e in Italia, rischia di fare danni profondi se non viene chiamata con il suo nome.

È un brutto periodo.
Ma scegliere da che parte stare, oggi, è più che mai una responsabilità politica.

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