Dietro l’accordo commerciale tra USA e UE si nasconde l’umiliazione geopolitica di un continente che si piega al sovranismo economico americano. Ma questa crisi, se colta, può essere la miccia per un’Europa più forte, federale e autonoma. A patto che si alzi finalmente la testa.
Donald Trump sorride, gioca a golf in Scozia, stringe la mano a Ursula von der Leyen e annuncia: «È la più grande intesa mai raggiunta». E ha ragione. Ma solo dal suo punto di vista. L’accordo sui dazi tra Stati Uniti e Unione Europea è, a ben guardare, la vittoria di una strategia muscolare, unilaterale, basata sul ricatto e sulla minaccia. E l’Europa? Ha evitato il disastro, certo. Ma al prezzo di una resa che lascia l’amaro in bocca.
Il dazio amaro – La soglia del 15% imposta sulle merci europee (con punte del 50% su acciaio e alluminio) è stata venduta come un compromesso. In realtà, è una concessione netta. Gli USA non subiscono dazi. Le aziende europee sì. E in mezzo ci sono 750 miliardi di dollari di acquisti obbligatori di gas e armi statunitensi e 600 miliardi di investimenti UE in America. Chi vince? La geopolitica muscolare americana. Chi perde? Le imprese europee, soprattutto quelle italiane, che potrebbero vedere bruciati 23 miliardi di export in un colpo solo.
Più che un accordo, un diktat . Il Financial Times ha parlato esplicitamente di “resa”. Perché non c’è solo un tema economico, ma anche uno istituzionale. L’Europa ha accettato condizioni asimmetriche sotto ricatto tariffario, in assenza di un vero arbitrato internazionale (l’Organizzazione Mondiale del Commercio è paralizzata da anni grazie al veto americano). Siamo tornati alla legge del più forte. E quando il più forte è anche imprevedibile, il rischio è doppio: subire oggi, e non avere garanzie domani.
Un conto geopolitico che non torna – L’Europa compra armi e gas, in cambio della promessa che Trump — magari — non farà esplodere la guerra commerciale. Ma la promessa vale poco. Lo abbiamo visto con Canada, Messico, Giappone. Trump firma, poi cambia idea. Intanto, ci impone una visione del mondo in cui gli alleati diventano clienti, la cooperazione diventa sudditanza, l’amicizia si misura a colpi di fatture miliardarie.
Von der Leyen ha accettato il teorema trumpiano: c’è uno squilibrio da riequilibrare. Ma lo squilibrio, più che commerciale, è strutturale. Gli USA esportano potere, tecnologia e intrattenimento, non manufatti. L’Europa vende automobili, meccanica, tessile. E adesso tutto questo costa di più. Non solo per i dazi, ma anche per l’effetto combinato della svalutazione del dollaro. Tradotto: la competitività europea è sotto assedio.
L’illusione della Meloni-diplomazia – E in Italia? Si era raccontata una favola: che i buoni rapporti tra Giorgia Meloni e Donald Trump avrebbero salvato il made in Italy. Invece, nulla. Non solo nessuno sconto, ma un colpo diretto alla siderurgia, uno dei settori più esposti. L’Italia ha pagato il prezzo della linea morbida. E chi aveva promesso di “proteggere l’interesse nazionale” oggi si ritrova a giustificare una tassa di 23 miliardi sulle esportazioni.
La verità nei numeri – A chi dice che si tratta di un “impatto limitato”, basti ricordare che il dazio medio ponderato sale all’11% (contro l’1,5% pre-Trump). È vero: una parte del costo viene assorbita da importatori e consumatori americani. Ma a lungo andare, il colpo arriva anche qui. Perché le aziende europee vedranno ridotti i margini, e molte saranno costrette a spostare produzioni o perdere fette di mercato. La tanto sbandierata “resilienza” europea si misura ora nei centri logistici, nei porti, nei capannoni industriali. E non sarà la retorica del “meglio di niente” a salvarci.
La tentazione del protezionismo simmetrico – C’è chi invoca la vendetta: dazi su Apple, Google, Netflix. Ma sarebbe un errore. Non si combatte l’unilateralismo con altro unilateralismo. L’Europa deve rispondere, sì, ma con forza e visione: rafforzare le proprie filiere strategiche (energia, semiconduttori, difesa), investire su una vera politica industriale comune, chiudere accordi commerciali con il Sud globale. E soprattutto: costruire un’Unione che sia finalmente federale, capace di parlare con una voce sola.
La strada che (non) abbiamo preso – Avremmo potuto usare l’ACI (Anti-Coercion Instrument), o sfruttare l’indebolimento del dollaro per lanciare un piano europeo per la sovranità produttiva. Avremmo potuto lanciare un “New Deal” continentale, come auspicato anche nei report Draghi. Invece, abbiamo chinato il capo.
Non è solo colpa di Trump, che fa il suo gioco. È colpa nostra, di un’Europa paralizzata dalle sue divisioni interne e da una leadership burocratica senza visione. Ursula von der Leyen, scelta dal Partito Popolare Europeo, non è mai stata all’altezza della sfida geopolitica. E mandarla a trattare con Trump è sembrato davvero, come ha scritto qualcuno, mandare Cappuccetto Rosso a trattare col lupo.
Un’occasione per svegliarci – La crisi dei dazi è un umiliazione? Sì. Ma può diventare la spinta che ci serviva. Il mondo cambia, l’America si chiude, la Cina si irrigidisce. L’Europa può solo scegliere: o resta periferia, o diventa potenza. E per farlo, deve dire basta a una politica economica timida e difensiva. Serve un’Europa che investa, protegga, innoverà. Un’Europa capace di governare la transizione digitale, ecologica e produttiva. Non con le sanzioni o le sottomissioni, ma con l’ambizione.
Chi oggi si accontenta del “meno peggio” sta condannando il futuro dei suoi cittadini. E allora sì, serve anche un cambiamento politico. Perché non possiamo affrontare il nuovo mondo con i dirigenti che lo subiscono.



