Tra proclami di vittoria, ultimatum mai rispettati e una strategia che sembra uscita da un reality show, il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran racconta qualcosa di più profondo: il fallimento di una leadership che promette dominio e produce caos globale, instabilità economica e nuove legittimazioni per gli autocrati.
C’è un filo rosso che lega tutto. Non è la guerra. È l’improvvisazione.
Si parte con una promessa solenne: liberare un popolo da una dittatura feroce.
E qui serve fermarsi un attimo.
Perché in tanti, compreso il sottoscritto, forse ingenuamente o forse semplicemente sopraffatti dalle immagini delle violenze, dei soprusi, delle impiccagioni del regime iraniano contro oppositori, giovani, donne, studenti, non avevano giudicato quell’intervento statunitense in maniera del tutto negativa. Non subito, almeno.
C’era l’idea, fragile ma comprensibile, che qualcosa potesse cambiare davvero.
Poi, però, la realtà si è imposta con brutalità.
Quel popolo che si diceva di voler liberare viene bombardato. Scuole colpite. Civili uccisi. Bambine massacrate. È il primo, enorme corto circuito morale di una strategia che si rivela per quello che è: confusa, contraddittoria, pericolosa.
Ma il punto non è solo etico. È politico. È strategico.
Perché mentre si annunciano vittorie su vittorie, la realtà racconta altro: il regime iraniano resta in piedi, la catena di comando funziona, i missili continuano a partire. E soprattutto, Teheran fa la mossa decisiva: chiude lo Stretto di Hormuz.
Da lì passa circa il 20% del petrolio mondiale. Non è un dettaglio. È il cuore dell’economia globale.
E infatti succede quello che era prevedibile: i prezzi di petrolio e gas schizzano, i mercati tremano, l’Occidente entra in crisi. L’unico a non soffrire davvero? La Cina. Esattamente il Paese che questa strategia avrebbe dovuto indebolire.
Un capolavoro al contrario.
Nel frattempo, la comunicazione politica diventa teatro. O peggio: intrattenimento.
In pochi giorni si susseguono dichiarazioni surreali: guerra vinta, poi non completamente, poi di nuovo vinta. Fine del conflitto annunciata più volte mentre i bombardamenti continuano. Ultimatum e penultimatum lanciati e poi ritirati. Minacce apocalittiche seguite da aperture diplomatiche nel giro di poche ore.
È il metodo dell’instabilità permanente. Un nome ormai ce l’ha: “Trump Always Chickens Out”. Minaccia, alza la tensione, poi si ritira. E ricomincia. Lasciando l’opinione pubblica sempre più disorientata per usare un eufemismo.
Solo che stavolta il gioco è sfuggito di mano.
Perché mentre si recita la parte del leader imprevedibile, gli avversari si rafforzano. L’Iran detta le condizioni della tregua. La Russia incassa: prezzi energetici più alti e legittimazione implicita delle invasioni. L’Europa, stretta tra crisi energetica e instabilità, rischia di tornare a dipendere da Mosca.
E gli alleati? Isolati, confusi, perfino ignorati. Israele prosegue i bombardamenti altrove, anche colpendo forze internazionali. La tregua diventa carta straccia in meno di 24 ore.
Alla fine, resta una scena quasi surreale: entrambe le parti dichiarano vittoria. Ma una sola ha imposto le condizioni.
E intanto si è normalizzato l’inaccettabile: la minaccia di distruggere infrastrutture civili, perfino un’intera civiltà. Parole che il diritto internazionale definisce crimini di guerra. Parole che non dovremmo mai accettare come routine.

Un’intera civiltà morirà stasera, non sarà mai più riportata indietro. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà. Però, ora che abbiamo un completo e totale regime change, dove prevalgono menti meno radicalizzate, diverse e più intelligenti, magari può accadere qualcosa di meraviglioso e rivoluzionario, chi lo sa? Lo scopriremo questa notte, uno dei momenti più importanti nella storia complessa del mondo. 47 anni di estorsione, corruzione e morte finiranno. Dio benedica il popolo iraniano.
Donald J. Trump
Il punto è tutto qui: questa non è solo una crisi geopolitica. È una crisi di leadership.
Quando la politica estera diventa uno show, quando le decisioni sembrano scritte per i social più che per la storia, quando la guerra viene raccontata come una serie TV… il problema non è solo chi comanda.
Il problema siamo tutti noi, spettatori di un disastro annunciato.
E la verità, quella vera, è semplice e brutale:
non siamo davanti a una strategia aggressiva.
Siamo davanti a un vuoto di strategia travestito da forza.



