La Costituzione non è un feticcio, è una promessa.

C’è un equivoco che torna puntuale, ogni volta che la Costituzione entra nel mirino del dibattito pubblico: l’idea che sia un oggetto sacro, un totem intoccabile, un feticcio da museo. È falso. Ed è pericoloso.

La Costituzione italiana non nasce per essere venerata, nasce per essere usata, applicata, difesa.
E, se necessario, pretesa.

Il 22 dicembre 1947, 556 persone non votarono un testo astratto. Votarono una direzione. Scelsero di riscrivere l’Italia dopo l’abisso del fascismo, della guerra, della violenza di Stato. Non erano filosofi fuori dal mondo. Erano donne e uomini che avevano conosciuto il carcere, l’esilio, la censura, la fame. Per questo pesarono ogni parola come si pesa una responsabilità storica.

Dietro i 139 articoli non ci sono formule giuridiche, ci sono conflitti veri, scontri durissimi, compromessi sofferti.
C’è l’idea, radicale e modernissima, che la democrazia non si affida agli uomini forti ma alle regole condivise.

Nell’Assemblea Costituente sedevano solo 21 donne.

Un numero ridicolo, se guardato con gli occhi di oggi. Ma enorme, se si pensa che avevano votato per la prima volta appena un anno prima.

In dodici mesi passarono dall’essere cittadine tollerate a costituenti. Furono loro a pretendere che fosse scritto, senza ambiguità, che uomini e donne hanno pari dignità.

Non un principio morale. Un obbligo giuridico. Una frattura con secoli di disuguaglianze.

Quando si scrisse che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, l’aula si spaccò. Non era retorica. Era una battaglia politica. “Lavoratori” o “lavoro”? Vinse il termine più largo, quello che non escludeva nessuno. Perché la Costituzione nasce per includere, non per selezionare. Per tenere insieme, non per dividere.

Anche l’articolo 7, quello sui rapporti con la Chiesa, passò per un solo voto. Non per ingenuità ideologica, ma per una scelta di stabilità in un Paese ancora lacerato. È la prova che la Costituzione non è un manifesto di purezza. È un patto reale, scritto dentro la storia, non sopra di essa.

E poi c’è l’articolo 27. La pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Parole limpide, ancora oggi rivoluzionarie. Le scrisse Umberto Terracini, che aveva passato quindici anni nelle carceri fasciste. Non parlava per teoria. Parlava per esperienza. E decise che lo Stato non avrebbe mai più potuto umiliare in nome della legge.

Chi oggi definisce la Costituzione “vecchia” dimentica una cosa essenziale: è lunga e dettagliata proprio perché nasce dalla paura del ritorno dell’arbitrio. Dopo vent’anni di dittatura non bastava dire “siamo democratici”. Bisognava scriverlo. Spiegarlo. Blindarlo.

Non è un caso che la Costituzione non parli mai di “famiglia tradizionale”. Non per distrazione. Per scelta. Perché i diritti vengono prima dei modelli. E una Repubblica che congela un solo modo di vivere smette di essere libera.

L’ultimo articolo, il 139, dice tutto in una riga: la Repubblica non si tocca. Puoi cambiare le regole, non il principio. Puoi riformare, non tornare indietro. È la linea rossa tracciata da chi sapeva cosa succede quando quella linea viene cancellata.

Ecco perché la Costituzione non è un feticcio, è una promessa politica e civile.
Una promessa fatta da chi aveva visto l’orrore e non voleva che tornasse.

Il problema, oggi, non è che la Costituzione sia superata, il problema è che spesso non viene applicata.
E difenderla non significa imbalsamarla, ma pretendere che viva.
Ogni giorno, nelle leggi, nelle scelte, nella politica.

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